Lecco, 01 novembre 2017   |  

Alda Merini: ricordo di una poetessa sbocciata a primavera

di Paola Mormina

Otto anni fa, il primo novembre 2009, moriva a Milano la grande poetessa. Il Comune di Milano ha deciso d’intitolare alla sua memoria nel 2019, decennale della scomparsa, il ponte sui navigli a pochi passi da Ripa Ticinese 47, dove abitava

alda merini

Alda Merini

“Sono nata il 21 a primavera” cita una delle sue poesie più famose, e ironia della sorte, fu proprio l’autunno e la ricorrenza dei defunti a strapparla via, otto anni fa. Come un fiore sbocciato e appassito secondo l’evolversi delle stagioni, Alda Merini scriveva freneticamente su qualsiasi pezzo di carta nella sua casa al secondo piano sui Navigli; due stanze ricolme d’ogni cosa e di parecchi gatti che adorava, oppure era solita rifugiarsi al caffè “Chimera”, dove la proprietaria per lungo tempo le riconobbe anche una brioche e un cappuccino al giorno in segno di omaggio. I “suoi” navigli per diversi anni hanno ispirato gran parte della sua poetica, Alda amava Milano “Milano benedetta, donna altera e sanguigna con due mammelle amorose pronte a sfamare i popoli del mondo….Milano dai vorticosi pensieri dove le mille allegrie muoiono piangenti sul Naviglio” scriveva, dedicando alla sua città parole di struggente bellezza.

L’unica volta che lasciò quella casa fu quando, ottenuto il premio Montale Guggenheim che all’epoca le fruttò un compenso di 36 milioni di lire, si trasferì all’hotel Certosa di corso San Gottardo e lì rimase finché non finì tutti i soldi, donati in gran parte a tutti i barboni che incontrava oppure spesi comprando innumerevoli peluche per gli amici. Santa Maria alle Grazie sul Naviglio il 9 Agosto del 1954 (aveva solo ventidue anni), divenne il luogo da lei prescelto per il matrimonio con Ettore Carniti. Ettore, proprietario di alcuni forni del quartiere e uomo assai geloso ma pare piuttosto infedele, fu il padre delle sue quattro figlie: Emanuela, Barbara, Flavia e Simonetta. Un rapporto quello con la maternità per Alda sofferto e incompiuto dato i suoi continui ricoveri in manicomio, ma molto sentito. La Merini raccontava: “Ho avuto quattro figlie, allevate poi da altre famiglie. Non so neppure come ho trovato il tempo per farle. Si chiamano Emanuela, Barbara, Flavia e Simonetta. A loro raccomando sempre di non dire che sono figlie della poetessa Alda Merini, quella pazza. Rispondono che io sono la loro mamma e basta, che non si vergognano di me.

Mi commuovono”. E le figlie tutt’ora si prodigano per mantenere viva la sua memoria, madre sicuramente assente ma tanto piena d’amore nonostante si professasse una gran timidona al punto tale di non aver mai detto esplicitamente “Ti amo” ad un uomo; la poesia però le insegnò a scriverlo. E quella stessa poesia la salvò dal manicomio, perché la sua città fu per lei tanta gioia quanto la lama che la trafisse durante gli anni al Paolo Pini, l’allora manicomio milanese, dal quale ne uscì regalandoci una visione forte, acuta e lucida sulla vita. “Del resto dico spesso a tutti che quella croce senza giustizia che è stato il mio manicomio non ha fatto che rivelarmi la grande potenza della vita” affermava colei che nonostante le tante difficoltà trascorse, aveva sempre sostenuto di non aver mai conosciuto l’infelicità, perché non esisteva: esisteva soltanto la disperazione e quella sì, lei l’aveva provata, ma non era in grado di raccontarla. La forza della poesia aveva vinto la violenza dell’elettroshock, dell’alienazione, dell’esilio e l’aveva riconsegnata alle sue strade, dando il via a uno dei suoi testi più intensi sulla drammatica e sconvolgente esperienza dell’ospedale psichiatrico, il suo capolavoro: “La Terra Santa” con la quale vincerà nel 1993 il Premio Librex Montale. In manicomio Alda era soltanto un numero, il 47, come quello della sua casa. Non era una poetessa, non era una donna, eppure salvò molte vite della disperazione. Sosteneva di essere stata messa lì perché colpevole di adulterio: amava l’arte più della sua stessa famiglia, e l’internamento l’aiuto ad espiare quella profonda colpa.

Oggi Alda Merini è tumulata al Cimitero Monumentale di Milano, nella Cripta del Famedio, in mezzo a tutti i “grandi” che hanno fatto illustre la città. Ma, citando i suoi famosi versi, quelle come lei “passano inosservate, ma sono le uniche che ti ameranno davvero… sono quelle che, nell’autunno della tua vita, rimpiangerai per tutto ciò che avrebbero potuto darti e che tu non hai voluto”. E Milano si, in questo nuovo autunno, rimpiange una delle sue artiste più intense e profonde, una donna che ha fatto della sua arte e del suo amore una medicina per la sopravvivenza al dolore. Nel 2019, decennale della sua scomparsa, il Comune di Milano intitolerà alla sua memoria il ponte sui Navigli vicino alla sua abitazione dove lei era solita trascorrere le ore, lasciandosi ispirare dalla magia dei suoi Navigli tanto adorati.

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