Como, 13 novembre 2017   |  
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Il comunismo: in settant'anni oltre 100 milioni di morti

di Alberto Comuzzi

Cent'anni fa il marxismo-leninismo iniziava la sua ascesa a San Pietroburgo. Una parabola durata settantadue anni e costata povertà, lacrime e sangue in tanti Paesi.

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Vladimir Il’ic Ul’janov Lenin il 9 Novembre 1917 a San Pietroburgo davanti al Palazzo d'Inverno

Il 7 novembre 1917 Vladimir Il’ic Ul’janov Lenin conquistava il Palazzo d’Inverno, residenza ufficiale degli zar a San Pietroburgo, spianando la strada al comunismo, la dottrina politica che si poneva come obiettivo la “costruzione dell'uomo nuovo”.

Il 9 Novembre 1989, 72 anni dopo, cadeva il Muro di Berlino, sancendo la fine dell'utopia di quel marxismo-leninismo che, nemico giurato delle società borghesi-capitaliste, avrebbe dovuto migliorare la vita a milioni di uomini sulla terra. La storia ha confermato che i fatti non sono andati così. Là dove il comunismo s'è affermato, a parte la situazione delle sue sparute élite, a prevalere sono state la mancanza di libertà, la povertà (più spesso la miseria), la prigionia e la morte.

Documenti d'archivio e testimonianze di sopravvissuti ai vari regimi dimostrano che il terrore è stato fin dall'origine una delle dimensioni fondamentali del comunismo moderno.

L'elenco delle sue vittime, ancora da definire con esattezza dalla storiografia che s'è occupata del fenomeno, ne attribuisce 20 milioni all'URSS (Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche), 65 milioni alla Cina, 1 milione al Vietnam, 2 milioni alla Corea del Nord, 2 milioni alla Cambogia, 1 milione all'Europa dell'Est, 150.000 all'America Latina, 1.700.000 all'Africa, 1.500.000 all'Afghanistan mentre sarebbero circa 10 milioni quelle causate dal Movimento comunista internazionale e dai vari Partiti comunisti non al potere.

Insomma si sta parlando di qualcosa come oltre 100 milioni di morti, numero che taluni considerano sottostimato: nell'Ottobre 1994, in un discorso al Parlamento russo, Aleksandr Solženicyn ha affermato che, solo nella ex Unione sovietica, i morti furono 60 milioni.

Come in tutti i totalitarismi, i vari dittatori succedutisi, da Stalin a Brežnev, si preoccuparono di eliminare qualsiasi voce di dissenso. Finirono così nei gulag (campi di concentramento sovietici) tutti coloro che non condividevano la linea politica del partito: intellettuali, comuni cittadini, preti ortodossi.

Poiché Karl Marx aveva insegnato che “la religione è l'oppio dei popoli” i suoi seguaci si sono immediatamente prodigati perché "la critica della religione" dovesse essere considerata come "il presupposto di ogni critica". Cioè le masse proletarie, opportunamente istruite, avrebbero dovuto iniziare a criticare il capitalismo partendo dalla critica alla religione. Da qui l'eliminazione del clero ortodosso e di tutti i cristiani che, per secoli, si sarebbero compromessi, in Russia con gli zar e nel resto del mondo con le élite capitaliste.

Oggi sappiamo che il comunismo è crollato per non avere saputo costruire l'uomo nuovo, ma soprattutto per non essere stato neppure in grado di sfamarlo. Mikhail Gorbaciov, tra il 1985 e il 1991, tentò di cambiare il volto dell’Urss attraverso riforme (perestrojka) e trasparenza (glasnost), ma non vi riuscì.

Voci ben più autorevoli della nostra hanno osservato che non sono le ideologie ad elevare l'uomo. I regimi politici e i sistemi economici che li incarnano, tutti basati su teorie e filosofie, sono come le mode: passano, sono transitori. Non così la fede cristiana, che non è una teoria o una filosofia, ma l'incontro con Dio, come ci ha ricordato il papa emerito, Benedetto XVI.

Chissà, forse riflettendo su questa affermazione di Papa Ratzinger, potremmo comprendere il perché di tanti errori o illusioni compiuti dal genere umano nel corso della storia.

 

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