Como, 25 settembre 2018   |  

Coldiretti sui Cinghiali: a Lecco e a Como è emergenza, a rischio anche la sicurezza

Danni per migliaia di euro, non sempre risarcibili. E il bollettino si aggrava giornalmente.

Cinghiali 2

Il raccolto che salta all’ultimo minuto, i conti con una burocrazia al limite dell’incomprensibile. E, persino, il caso limite di gabbie di cattura ritirate all’apertura della caccia: danni e beffe che si susseguono da un capo all’altro delle due province di Como e Lecco, con la comprensibile esasperazione che corre tra campi di mais devastati, vigneti divelti, prati a fieno rivoltati più di quanto avrebbe potuto fare un aratro meccanico.

Al centro, un problema che ben conoscono i produttori agricoli lariani: l’invasione, incessante e continua, di cinghiali e selvatici. Un flagello che anche quest’anno ha colpito duro, con un bollettino che si aggiorna ogni giorno in un momento tra i più delicati della stagione.

Sono i campi di mais e prati a fieno a subire i danni maggiori: laddove gli ungulati entrano nel campo, c’è poco da fare, con piante rase al suolo e pannocchie inservibili. Ma cinghiali, cervi e caprioli hanno devastato, negli ultimi giorni, anche alcuni vigneti, specie nella zona dell’Alto Lago (sfondando le recinzioni e nutrendosi dei grappoli maturi), mentre nel Lecchese si registrano danni gravissimi anche sulle alture che dominano il capoluogo.

Un “bollettino di guerra” che, quotidianamente aggiornato, si spinge davvero ovunque: dalla nord della Brianza fino alla valle d’Intelvi, dal Triangolo Lariano ai confini con il Varesotto, la Bergamasca e l’intera zona nord, dalla Valsolda alla zona prospicente la provincia di Sondrio.

I cinghiali, insieme agli altri selvatici (come i cervidi), mettono a rischio un ampio spettro di colture, con danni che raggiungono, anche per singoli casi, diverse migliaia di euro. Qui devastazioni vanno dai vivai ai frutteto, alle ortive a pieno campo, agli impianti di piccoli frutti, alle vigne, alle leguminose, oltre alle oleoproteaginose e, come detto, ai prati e al mais da granella e insilato. Si sono addirittura registrate, da parte dei cinghiali, distruzioni di alveari.

Le testimonianze si rincorrono, come quella di Mario Rota: “Ho fatto per quarant’anni il veterinario, il contatto con le imprese agricole è sempre stato quotidiano: disastri del genere non ne avevo mai visti. Il cinghiale è una specie invasiva e il nostro comprensorio non è in grado di sopportarne l’impatto. Senza decisioni drastiche, si andrà in contro una devastazione sempre più grave, in pianura come in montagna”.

Giovanni Battista Spandri e Giuseppe Invernizzi, allevatori, guardano esterrefatti i loro campi, sulle alture ad est di Lecco, reduci dall’ultima invasione: “Fare agricoltura qui è diventato impossibile. Si arriva qui al mattino e si trova tutto divelto. Abbiamo diritto a raccogliere il nostro fieno, chi deve intervenire deve farlo subito e sistemare una situazione divenuta inaccettabile”.

Non è tutto: oltre al danno e alle difficoltà dei risarcimenti, c’è anche la produttività del cotico erboso colpito, che impiega almeno due anni a offrire rese di produzione paragonabili alle precedenti.

“Le imprese sono esasperate e hanno ragione. La loro, la nostra è una lotta quotidiana contro le difficoltà della burocrazia e la lentezza dei rimborsi, ma anche contro i limiti di una legislazione profondamente ingiusta: alcuni danni non rientrano nemmeno tra quelli risarcibili e, oltretutto, c’è il problema del “de minimis” che considera il ristorno dato agli agricoltori colpiti come “aiuto di Stato”. Una cosa inconcepibile” commenta il presidente di Coldiretti Como Lecco Fortunato Trezzi.

In più c’è il fronte sicurezza: “Il rischio per i cittadini che percorrono in auto le strade della nostra provincia è altissimo: molte tra le principali vie di traffico costeggiano le boscaglie dove questi ungulati trovano casa, e non è difficile immaginare l’entità di un incidente provocato da un cinghiale che si lancia in corsa sulla carreggiata. Si tratta, quindi, di trovare al più presto misure idonee per mettere in sicurezza i guidatori e preservare dallo spopolamento le aree svantaggiate dove il lavoro degli imprenditori agricoli è fondamentale per il presidio dei territori: più d’un’impresa è a rischio, per l’insostenibilità dei danni e l’impossibilità di proseguire, in questa situazione, il proprio lavoro. Sono documentati anche danni ai prati commessi dai cinghiali ai bordi delle strade, a conferma di un pericolo più che tangibile. Ricordo che nell’area lariana la percentuale di incidenti provocati dai selvatici è tra le più alte di tutta Italia”.

Gli imprenditori agricoli, purtroppo, non si sentono tutelati: anche gli interventi di protezione sono complessi, come la recinzione elettrificata dei fondi più a rischio: “Si tratta di chilometri e chilometri di filo, interventi che le imprese non sono in grado di sostenere senza un aiuto adeguato. Il selecontrollo va certamente potenziato, con interventi che coinvolgano direttamente imprenditori agricoli. Un’ulteriore beffa, in questo senso, è data dallo stop del Tar alle disposizioni di legge regionale che, riconoscendo il principio dell’autodifesa, avevano accordato agli agricoltori in possesso del porto d’armi e di tutti i necessari requisiti, la possibilità di intervenire direttamente sui loro fondi invasi dagli ungulati. Incomprensibile, poi, è stato il ritiro delle gabbie di cattura ad alcune imprese agricole contestualmente all’apertura della caccia, così come avvenuto ad alcune imprese associate in Val d’Intelvi”.

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