06 aprile 2016   |  

ComoSound, puntata 4: “Il Rebus”

Con una data prevista per il 16 aprile a Costa Masnaga (Chalet Rock Pub, h. 21.00), il gruppo pubblica nel 2015 l'album "A cosa stai pensando?". Durante i live, prende vita il progetto per spingere il pubblico a fare qualcosa di insolito: ascoltare.

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Incontro Il Rebus - letteralmente, "per mezzo di oggetti" - sotto un portico, accanto al Teatro Popolare di Como, poco prima di un live. Sono in quattro: Daniele Molteni (chitarre e programmazione), Paolo Ghirimoldi (voce e chitarra acustica), Cristian Oberti (basso) e Fabio Zago (batteria e voce). Mi dicono che hanno "28 giorni di tempo per esplodere nel panorama psicoacustico"; per farlo, a poco più di un anno dalla pubblicazione del loro primo album "A cosa stai pensando?", lavorano a un nuovo disco con un progetto votato all'interazione tra pubblico e musica.

"Partiamo dalla fine. E infatti bisogna leggere l'intervista al contrario, c'è un messaggio subliminale. Forse. Scherzi a parte, noi facciamo questa operazione interattiva con il pubblico, in cui chiediamo alle persone di scrivere il loro pensiero su un nostro biglietto. Questo perché: abbiamo notato che se la gente viene interpellata su questa cosa, si mette in moto, sono costretti a pensare, a scrivere. La musica oggi è una forma d'arte un po' trattata male, bistrattata; se invece coinvolgi direttamente qualcuno sui testi, sulle parole, lo metti in una situazione diversa rispetto all'ascoltatore che è lì, ma nel frattempo sta bevendo la birra, grida in faccia al suo amico "minchia zio, scopato!" (una roba del genere). Il pubblico comincia a rispondere in maniera diversa, inizia anche a ascoltarti. È successa una cosa bellissima a Giulianova: noi all'interno del nostro live facciamo un piccolo recitato, di Adriano Sofri, un editoriale che scrisse nel 2010. Una ragazza, ascoltandoci, ha chiesto come bis il recitato. Vuol dire che ci stava ascoltando. E siccome le parole, all'interno delle canzoni de Il Rebus, sono figlie di ore di "vaffanculo", è il caso che il pubblico inizi ad ascoltare, perché se no Paolo rinuncia. Abbiamo imparato ad essere democratici".

rebus2Spingere le persone ad ascoltare, davvero. A quale scopo?

Ci interessa capire cosa pensa la gente, allora glielo abbiamo chiesto. Adesso diamo l'opportunità di rispondere. Il primo obiettivo in realtà è quello di coinvolgere il pubblico nella composizione stessa del nuovo album: il nostro progetto è quello di scrivere le canzoni del prossimo disco sui pensieri del pubblico. Lucrare alla facciata vostra, che spendete danari per vedere il concerto de Il Rebus - noi addirittura vi rubiamo il pensiero, neanche fossimo in "Fringe", e cerchiamo di scrivere il disco nuovo. Che poi voi comprerete, quindi è un circolo vizioso... Parlando sul serio, è davvero difficile farsi ascoltare durante i live, è complicato far capire le proprie parole durante i propri concerti. È bello vedere che il pubblico si mette dall'altra parte, inizia a interagire, inizia ad ascoltarti, inizia a partecipare. Ed è altrettanto figo vedere come al pubblico, durante un concerto, passi per la testa qualsiasi cosa. A volte riesci a trovarti di fronte a un pensiero che riesce a stimolarti, a farti pensare a qualcos'altro. Nota che il pensiero di per sé si può fermare ovunque, non è per forza collegato a un tema. Lo puoi girare come vuoi - immagina tre parole soltanto. Ma questa cosa è bella, anche perché abbiamo visto che il pubblico si piglia bene. La cosa bella è che può succedere di tutto.

Come si coniuga questo ruolo del pubblico, rispetto alla creazione dei brani all'interno del gruppo?

All'interno de Il Rebus, è Paolo che scrive i testi. Gli altri mentecatti del gruppo, però, non colgono sempre l'ambivalenza di lettura del pensiero... in realtà qualsiasi pensiero può essere una spinta per girarlo come vuoi tu. All'interno del gruppo abbiamo imparato a discutere e litigare su tutto, cosa che rende il processo creativo complicato, ma nello stesso tempo molto più figlio di tutti: tutti, all'interno della band, ognuno sa cosa vogliamo dire nei pezzi, e di conseguenza ci mettiamo nella condizione migliore per interagire sul pezzo, anche a livellodi testo.

Se il nuovo progetto si realizza grazie ai pensieri della gente che vi ha ascoltati, come nasce il primo album?

Il titolo l'ha tirato fuori Daniele, aprendo Facebook. Sembra assurdo che costantemente noi siamo chiamati a esporre al mondo un nostro pensiero. E quindi ci siamo chiesti se questo pensiero fosse veramente reale, o invece quanto sia finto; le persone finiscono per diventare uno status. E tu finisci per chiederti se davvero questo "pensiero" sia un pensiero, realmente. Anche con il nuovo progetto, quando chiediamo al pubblico di dirci cosa pensa, vediamo che comunque alcuni pensieri in realtà sono delle citazioni - quindi tu effettivamente ti esponi, ma non ti esponi. In un "social" (e già il nome è interessante, "social") tu pubblichi un pensiero, che però non è un pensiero, che magari non è tuo, però lo vuoi condividere, e allora cosa condividi? Qualcosa di un altro? È tutta una spirale che si innesca. Eravamo arrivati a dei pezzi, con un certo tipo di contenuto, basati su indagini, fotografie che noi vedevamo nell'attualità, nella politica, nella cronaca, e così abbiamo deciso di mettere di fronte il pubblico a delle vere e proprie fotografie del mondo che ci circonda. Quindi: qual è il tuo pensiero? Qual è la reazione? Qual è il tuo coinvolgimento? Ci è sempre piaciuto fare queste operazioni attive; ovviamente è un po' utopistico, perché spesso la musica non è ascoltata con l'idea di fare quel tipo di operazione, pochi ne hanno voglia.

Come si inserisce Il Rebus nel panorama locale?

Adoriamo la città di Como per gli spazi che ci dedica. Il problema è che la città di Como è il buco di culo della musica in Italia, è sottozero. Negli ultimi anni, grazie a tante realtà, si sta creando qualcosa. Si è partiti anni fa dai concerti di Auto Rock Produzioni, fino ad arrivare a Manifet e a tutte le produzioni di Musicisti di Como fino ad arrivare a delle cose più strutturate, come WoW Festival e tutti gli eventi di Marker Events. Paolo conosce molto bene questa realtà, perché negli ultimi quattro anni ha partecipato a buona parte di queste cose. C'è da dire che queste iniziative ci sono e sono fighissime in estate, gli spazi ci sono in estate, mentre in inverno c'è un solo locale il BeBop, che è l'unico posto dove si può suonare. Stiamo provando a fare qualcosa anche in teatro, come al TeatroGruppoPopolare di Como. Per il resto, tutti i club che c'erano sono andati a pallino. Si sta ricominciando a fare qualcosa adesso; negli anni addietro Max Zanotti, il produttore artistico del nostro disco, andava al Rock Club, ma noi non lo abbiamo neanche visto. In realtà la scena c'è, o meglio: c'è un movimento di persone interessate alla musica dal vivo e elettronica. Però non è interessata alle band del territorio: le stesse persone che magari spendono soldi per andare a vedere grandi concerti in giro per l'Italia o a Como, non sono interessati a sviluppare un discorso di fauna locale. Il problema è che non c'è voglia di alimentare veramente le band di qua; ci sono tante band valide, non capiamo perché e come sia possibile non trovare spazi per la gente che sta facendo bene il proprio lavoro. E non dico lo scarsone di turno perché è il cugino di quello lì, ma gente che suona bene, che va a suonare in posti fighi, in apertura a qualcuno di figo: è qualcosa che è morto tre anni fa, e non sta più crescendo. Ma vale qui, vale a Milano, vale in Brianza. Tutti i club che hanno fatto la storia hanno perso un po' il mordente che avevano un tempo sulla musica indipendente. È cambiato il gusto, è chiaro, sono cambiate le band, sono cambiate tante cose. Sarebbe bello ricreare il tessuto umano che c'era sotto, prima, l'underground. Manca un po' quella roba lì, e non si riesce più a scardinare.

Se abbiamo iniziato dalla fine, finiamo con l'inizio. Il Rebus: chi è, com'è, cos'è?

È bello. È un gruppo basato sulla goliardia culinaria: noi ci trovavamo per mangiare, e un paio d'ore prima suonavamo. Quando Paolo ha cominciato a suonare ne Il rebus era minimo 15 chili in meno. Dal punto di vista musicale, Il Rebus sono quattro persone che partecipano alla creazione di brani, e lo fanno in maniera democratica. È grazie a questo che Il Rebus ha una sua identità. Poi può piacere o meno, può essere molto pop, molto rock, può essere troppo cantautorale, può essere quelle robe lì mischiate assieme, ma ha una sua identità.

Il Rebus ha un'identità: se fosse una persona, me la sapreste descrivere?

È una donna, complicata. È vestita in modo sviante rispetto a quello che è realmente. Uno si gira e dice: "minchia che menne". È una persona da conoscere: una di quelle persone attraenti, ma che bisogna parlarci un po'. È una donna, che potrebbe sembrare una donna dai facili costumi, un po' intrigante, un po' pop, però piace, ma soprattutto non devi fermarti lì. È una finta gatta morta, una finta profumaia. Che alla fine te la dà davvero, perché comunque noi ci diamo di brutto, è la nostra natura. È una finta profumaia!

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