14 aprile 2016   |  

ComoSound, puntata 5: Marco Bianchi

Lemon Quartet, la collaborazione con il clarinettista Alfredo Ferrario, Le stupide creature, la TV con Zelig e Comedy Central, la "musica neutra": Marco Bianchi è vibrafonista, musicista, docente in Conservatorio, jazzista. Si esibirà al Festival Jazz a Villa Geno questo fine settimana.

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Marco Bianchi scopre la sua passione per la batteria e per il jazz proprio sulle rive del Lario.
"Ho cominciato a suonare la batteria da piccolissimo, grazie a mio padre che è batterista e suonava nella banda del Paese. Ho avuto la fortuna di avere in casa lo strumento da bambino, perciò era veramente un gioco che ha alimentato la mia creatività in generale. Avendo la possibilità di ascoltare musica da bambino, ho potuto di assorbire in fretta alcuni stilemi e peculiarità generali della musica. In questo senso mio padre mi ha trattato bene, perché i suoi ascolti erano sempre molto colti. Anche se non sono nato a New York ma sul lago di Como, ho avuto la possibilità da subito di ascoltare la musica che è diventata il mio lavoro".

Ma la tua carriera ha visto anche un importante percorso accademico, maestri..

Ho cominciato a prendere lezioni a 8 anni con Marco Castiglioni, di Figino Serenza. A 11 anni ho sostenutol'esame di ammissione al Conservatorio, l'ho superato e mi sono diplomato a 19 anni in strumenti a percussione. Ho avuto una breve parentesi di musica classica, alternando però sempre il jazz e studiandolo un po' da autodidatta. Sono stato allievodi Daniele Di Gregorio, un vibrafonista eccelso, e sono riuscito piano piano a diluire l'attività classica con quella jazz.

Nonostante la parentesi classica, mi sembra di capire che sei tornato un po' alle origini, al jazz.

Il jazz non l'ho mai abbandonato. Quando ho frequentato io il Conservatorio non c'era l'indirizzo di musica jazz, perciò ho dovuto dare la priorità alla musica classica e, nei ritagli di tempo, studiarlo. Ma l'ho sempre ascoltato, non è mai mancato. Non ho mai passato una settimana senza ascoltare un disco di jazz - è sempre stata la colonna sonora costante. Diversamente, la musica classica, benché sia meravigliosa anche da suonare in orchestra, non mi ha mai consentito di esprimere davvero la mia personalità. Mi sono sempre trovato più a mio agio nel contesto jazz, forse perché era un po' come tornare piccolo.


marco bianchi3Si può dire che per te il jazz sia libertà?

No. Anzi, non credo che esista niente di più vincolante della libertà: la libertà è troppo. Io ho bisogno di paletti, e il jazz in realtà ha dei paletti: ti lascia un margine di libertà ma entro alcuni stilemi che sono riconducibili a un genere, perciò io non posso fare esattamente quello che voglio e dire di aver fatto jazz. Devo fare alcune cose, che sono riconducibili a uno stile jazzistico. Io nel jazz mi sento a mio agio, mi sento libero in questo mondo. Ma è un mondo che ha un inizio e una fine, anche se sono io a decidere i colori. Il jazz per me è come un quadro in effetti: posso decidere io i colori, ma non posso uscire dalla tela.


Allora che cosa cerchi di raccontare in questo quadro?

Per me il jazz è un modo di raccontare la propria vita. Pur non essendo nato negli Stati Uniti, ripeto, per quanto mi riguarda è il modo più veloce, più rapido, più gratificante che conosca per raccontare una storia e condividerla con gli altri. Anche se c'è una testa pensante all'interno di un gruppo, un leader, secondo me le cose migliori arrivano proprio quando c'è la squadra, quando si lavora tutti insieme su un progetto, nella stessa direzione. Nella musica Jazz, per come la vivo e la intendo io, questo è imprescindibile.


Mi hai parlato di una storia da raccontare. Si tratta sempre della stessa storia, o sono tante storie diverse?

Le storie sono diverse. A me piace lavorare come a teatro: tu costruisci un canovaccio, e il gioco degli attori è quello di girarci attorno, o prendere degli elementi che poi possono sviluppare a loro piacimento. Per me è molto importante questo ruolo: il gioco di squadra, che ti dà da una parte l'opportunità stessa di avere una storia da raccontare, dall'altra ti porta inaspettatamente anche da altri parti. La cosa più divertente è quando non sai di preciso dove stai andando, ma ti lasci condurre, vai dove gli altri ti portano. Mi piace pensare che ci siano delle storie da raccontare, ognuno ha la sua, ma la migliore è quella che nasce nel momento in cui si lavora tutti nella stessa direzione. La storia quindi forse è sempre la stessa, ma ogni sera noi possiamo suonare lo stesso brano in modo diverso, perché c'è un'interazione, un interplay costante tra i musicisti.

A proposito di squadre, so che tu suoni in diversi gruppi...

Suono in diversi gruppi, anche se attualmente il gruppo principale di riferimento è il Lemon Quartet, perché abbiamo inciso "Pixel", questo disco in cui suoniamo musica interamente scritta da me, non classificabile esclusivamente come musica jazz.In realtà lavoro tantissimo con quello che viene definito "jazz tradizionale", classico, lo swing, con Alfredo Ferrario, clarinettista. Insieme rileggiamo alcune pagine della musica jazz classica di Gershwin, Benny Goodman, Duke Ellington. Esiste però anche una terza strada, che è quella legata all'umorismo. Sono co- fondatore di un gruppo che si chiama Le stupide creature, che fa musica "zappiana", mettiamola così. In realtà il progetto era nato come un tributo a Frank Zappa con composizioni originali, ed è un gruppo che non si fa molti problemi a saltare da un genere all'altro. La musica diventa un pretesto per raccontare delle storie buffe: è musica ironica, con testi molto divertenti (almeno credo), con i quali però non ci poniamo limiti stilistici, cerchiamo di affrontare la musica a 360 gradi, dandone una lettura personale. In passato abbiamo partecipato al laboratorio di Zelig, realizzando degli sketches per Comedy Central, per podcast e trasmissioni radiofoniche. Ma questa è una realtà che va di pari passo con il jazz, anche se le due cose non si incrociano stilisticamente, le tengo separate.


Oltre a questo, scrivi anche per la televisione.

La scrittura per televisione rappresenta, nel 90% dei casi, sottofondi. Ci sono delle richieste esplicite che vengono dai consulenti musicali e richiedono un certo tipo di sonorizzazione. Il risultato può essere stilisticamente legato a un genere oppure a un'atmosfera. Quella che viene decretata come la più attendibile e sfruttabile è la cosi detta "musica neutra", che è di una difficoltà estrema: scrivere una serie di brani o dei dischi con l'aspettativa che questa non ti faccia pensare a nulla, penso che sia una delle cose più difficili che possano esistere per un musicista: o poco o tanto, qualunque cosa musicale, anche un suono, anche un rombo di un motore, ti porta inevitabilmente ad un immaginario visivo. Invece la richiesta della tv è proprio quella di "la Musica non deve far pensare a niente", deve essere una cosa che esiste, che si avverte ma non si sente. Ma nel contempo non puoi scrivere una cosa banale, perché non passerebbe; deve essere originale, ma non difficile. Ci sono una serie di parametri e paletti molto stretti da rispettare.


marco bianchi2Questa esperienza ti aiuta nei tuoi progetti, o la vivi come una limitazione?

È una figata. Io mi diverto quando c'è una sfida da affrontare. Sinceramente non ce la farei a fare solo questo per tutta la vita, lo faccio molto volentieri, mi diverte, ma ho bisogno assolutamente di avere un'attività live, di avere un'attività in studio, di lavorare con Le stupide creature. Non riesco a fare sempre la stessa cosa per molto tempo. È sicuramente uno stimolo però.


Come coniughi tutto questo con la docenza in Conservatorio?

Io odio la scuola. La trovo limitante, riduttiva, mi fa tristezza pensare che ti debbano insegnare in un modo solo. Per questo motivo in realtà mi sono sempre tenuto lontano dall'insegnamento. Da insegnante, ho il terrore di commettere questo tipo di errore. Per questo cerco di lavorare su altre cose, magari anche con un briciolo di umorismo e con tranquillità (pur essendo estremamente severo). Cerco di lavorare nel modo meno accademico possibile. È sicuramente un'esperienza arricchente, perché ogni allievo è una storia a parte; so che sembra banale, ma è vero che quando insegni, apprendi anche dagli allievi.


Qual è il rapporto tra Como ed il jazz?

Potrebbe essere la storia di un amore non corrisposto. Ci sono persone a Como che si sbattono per fare jazz. Molti dicono "a Como non c'è niente, non si fa jazz" - non è proprio vera questa cosa, devo dire la verità, perché ho conosciuto tante realtà. Magari piccole, di gente che veramente si fa un mazzo tanto per realizzare anche poche cose. Tra questi Tommaso Fara, gestore della Vignetta di Cernobbio, che da tanti anni si impegna tantissimo per avere una programmazione jazzistica nel suo locale. Io ho bazzicato tanti anni a Roma, e mi son sentito dire da romani, musicisti di jazz, "ah ma tu sei di Como, ma a Como c'è la Vignetta!". Lui ha costruito una cosa che forse è più grande di quella che crede. Purtroppo è una mosca bianca, questo bisogna dirlo: Como non ha una programmazione fissa, non ha un festival di riferimento. Ogni tanto qualcuno ci prova, ma fa fatica.

So però che il 15 ed il 16 aprile ci sarà il Festival Jazz a Villa Geno.

Finalmente! Dico finalmente, perché qualcuno sta provando a muovere le cose. Il problema è che credo ci sia una rottura nella strutture, c'è poco dialogo tra le istituzioni e chi cerca di fare qualcosa. Molto spesso queste realtà a Como sono in mano dei privati, che cercano di fare il possibile, ma sono persone che devono pensare a tutto: dal telefonare ai musicisti a mettere i manifesti per strada. E quindi inevitabilmente il rapporto diventa poco professionale (magari sei sul palco e manca la spia). Ti rendi conto che non esiste un entourage stabile che consenta una programmazione professionale.

Secondo te esiste un pubblico per la musica jazz a Como?

Secondo me sì. Mi sono accorto che è un po' un problema generazionale, forse c'è un po' di pregiudizio verso il jazz o forse verso la musica improvvisata, o la musica strumentale in generale. Trovo ragazzi giovani solo se hanno a che fare con lo strumento, cioè solo se sono musicisti. Incontro poche persone dai 35 anni in su, molte tra i 50 e i 60 anni. Però vedo che tra i giovani o giovanissimi si muove qualcosa se hanno a che fare con la musica: se frequentano una scuola di musica, se sono allievi di uno dei musicisti. Raramente ho trovato ragazzi molto giovani che sono lì perché vogliono ascoltare qualcosa di diverso. Ma non dispero. Forse oggi siamo un po' troppo sovrastimolati, viviamo la vita come la home page di Facebook: non fai in tempo a vedere una cosa che hanno già aggiornato e ce n'è un'altra, poi un'altra, poi ancora. E questo crea un po' di smarrimento. La cosa migliore che possa fare una persona è andare ad ascoltare un concerto dal vivo, anche se non conosce la musica: diffido da chi dice che il jazz si debba capire. Non c'è niente da capire: ognuno di noi ha gli strumenti per godere di quello che c'è, e la musica vive nel contesto live.

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