Como, 25 aprile 2018   |  
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Dal 25 Aprile 1945 settantatre anni di pace

di Alberto Comuzzi

L'anniversario della fine della guerra di liberazione dovrebbe oggi far riflettere sull'inestimabile valore della concordia tra i popoli (e le persone).

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Il 25 Aprile 1945, 73 anni fa, finiva la dittatura fascista che, portando in guerra gli italiani, ne aveva causato la morte di circa mezzo milione (320.000 militari e 153.000 civili).

Nello stesso giorno, ma solo formalmente, si concludeva anche la guerra civile, che diversi studiosi preferiscono definire guerra di liberazione, sviluppatasi nel periodo compreso tra l'annuncio dell'armistizio di Cassibile (8 Settembre 1943) e la resa a Caserta (2 Maggio 1945).

Una stima precisa delle vittime della guerra di liberazione non è stata fatta, ma un macabro conto dei giustiziati in modo sommario tra il 25 Aprile 1945 e la primavera del 1946, ha messo in luce di quanto sangue fossero ancora assetati tanti italiani dopo cinque anni di guerra.

« Fate pulizia per due, tre giorni, ma al terzo giorno non voglio più vedere morti per le strade », raccomandò al Comitato di Liberazione nazionale piemontese il colonnello inglese John Melior Stevens.

Ferruccio Parri, presidente del Consiglio, il 24 Giugno 1945 in un discorso alla radio, pronunciò parole severe su quanto stava accadendo nelle città italiane: «Ancora una parola per gli atti arbitrari di giustizia, quando non sono di vendetta e per le esecuzioni illegali che turbano alcune città del Nord, ci compromettono con gli alleati ed offendono soprattutto il nostro spirito di giustizia», disse. «È un invito preciso che io vi formulo. Basta: e siano i partigiani autentici, diffamati da questi turbolenti venuti fuori dopo la vittoria, siano essi a cooperare per la difesa della legalità che la nostra stessa rivoluzione si è data».

Secondo lo studioso tedesco Hans Woller dell'Università di Monaco, le vittime, in quel breve periodo postbellico, furono 18.087. In un articolo pubblicato nel 1997, il giornalista Silvio Bertoldi riferì di aver appreso da Ferruccio Parri che le vittime non sarebbero state meno di 30.000, mentre un altro giornalista, reduce della Repubblica sociale, Giorgio Pisanò, stimò in 48.000 i fascisti o presunti tali passati per le armi (comprendendo però nel computo anche le vittime dei massacri nelle foibe in Istria e Dalmazia).

Nonostante i protagonisti della guerra civile siano ormai pressoché tutti scomparsi, le ferite di quel tragico evento non sono ancora del tutto rimarginate.

Dal seme dell'odio e del conflitto è però, paradossalmente, scaturito quell'umanissimo principio, sancito dall'articolo 11 della nostra Costituzione in cui si afferma, tra l'altro, che «l'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».

Anche in virtù di questo assioma, da 73 anni gli italiani godono di quel bene inestimabile che è la pace. Ecco il 25 Aprile non dovrebbe essere più celebrato per la maggioranza come vittoria e per la minoranza come epilogo di una disfatta, ma come una grande festa di riconciliazione degli animi votati a guardare avanti e a valorizzare la pace.

In questa prospettiva meritano un plauso le tante Amministrazione comunali del nostro Paese che hanno deciso di celebrare il 25 Aprile coinvolgendo le rispettive Chiese locali chiamate ad onorare la giornata con una Messa in suffragio di tante vittime e a elevare preghiere per il mantenimento della pace. 

 

 

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