Como, 29 settembre 2017   |  

Caravaggio a Milano, mostra che svela luci e ombre dell'artista

di Paola Mormina

Apre al pubblico, oggi venerdì 29 Settembre a Milano, un’importante mostra che celebra il genio di Michelangelo Merisi attraverso venti sue opere selezionate e per la prima volta esposte tutte insieme, accompagnate dalle rispettive indagini radiografiche che consentono ai visitatori di scoprire un Caravaggio insolito

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E’ il 29 settembre 1571 quando nasce Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, ed erroneamente si è sempre associata alla città situata nel bergamasco la sua nascita. Studi recenti hanno invece dimostrato che è proprio Milano che diede i natali al celebre artista, e proprio a Milano apre nel giorno del suo compleanno un’esposizione unica al mondo, in quelle stesse sale di Palazzo Reale dove nel 1951 Roberto Longhi ebbe il merito di far risorgere il pittore dall’oblìo, dedicandogli una mostra epocale. Di questo pittore che “parla milanese, anzi alla lombarda” come svelano le parole di alcuni selezionati documenti che accompagnano il visitatore durante il percorso, si è occupata con intenso fervore Rossella Vodret, curatrice della mostra coadiuvata da un eccezionale e prestigioso comitato scientifico presieduto da Keith Christiansen, presidente del dipartimento di pittura europea del Metropolitan Museum di New York. L’esposizione mostra una nuova prospettiva di lettura dell’uomo Caravaggio, resa possibile attraverso due fondamentali chiavi interpretative: le indagini diagnostiche e le nuove ricerche documentarie che hanno portato anche ad una rivisitazione della cronologia delle opere giovanili.

Scarsissime sono infatti le notizie di quegli anni tra la fine del suo apprendistato nella bottega di Simone da Peterzano e il 1592, quando compare a Milano in un atto notarile; il suo arrivo a Roma è invece documentato all’inizio del 1596, e resta tutt’oggi difficile ricostruire il vuoto temporale intercorso in quei quattro anni. In un inedito manoscritto scoperto recentemente il pittore Gaspare Celio, suo contemporaneo, fa un ritratto abbastanza drammatico di quel periodo caratterizzato da difficoltà economiche, e pare addirittura che il Merisi uccise un uomo trascorrendo poi un anno intero in carcere, ma non si hanno però altri riscontri documentari per poterlo accertare. Inoltre, se così fosse, sarebbero ben due gli omicidi a suo carico, considerato il delitto di cui si macchiò nel 1606 uccidendo Ranuccio Tomassoni e per il quale fu emessa anche una condanna a morte in contumacia, motivazione che gli costò la fuga da Roma sancendo così l’inizio del suo peregrinare per tutta Italia, sino a giungere a Malta.

Attraverso le riflettografie e le radiografie si è potuto invece seguire il suo processo creativo, facendo emergere differenti tecniche pittoriche di esecuzione, rifacimenti, pentimenti, nonché modifiche alla struttura della composizione. La grande svolta per lui fu il grosso lavoro commissionatogli nel 1599 per la Cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi a Roma, dove il pochissimo tempo a disposizione lo costrinse ad elaborare un nuovo metodo. Avendo a disposizione un solo anno per completare le enormi tele che descrivono il “ciclo di San Matteo” (ispirazione, vocazione e martirio del Santo) mise a punto una nuova tecnica pittorica, appena sperimentata durante gli anni giovanili, caratterizzati invece da toni chiari e brillanti. La preparazione della tela viene effettuata ora con colore scuro, dipingendo poi soltanto le parti che rimanevano in luce o in penombra; di fatto così non esegue più figure nella loro interezza, ma dipinge soltanto quelle porzioni raggiunte dalla luce: questa intuizione geniale gli permette di guadagnare moltissimo tempo, creando i suoi celebri “profili a risparmio”. Una volta adottata questa tecnica, Caravaggio non l’abbandonerà più, facendo diventare la mancanza di colore una cromia distintiva nelle sue opere, permettendosi così di lavorare pochi giorni ed avere a disposizione molto più tempo per spendere il denaro guadagnato tra bordelli e osterie. Della sua vita dissoluta sono sempre i documenti a darci notizia: un curioso inventario dei suoi beni ed effetti personali svela infatti soltanto due piatti in casa, ma ben undici tra bicchieri e fiaschi. Sono compresi inoltre vestiti stracciati, due spade e due pugnali, dodici libri e due orecchini di perla pendenti, gli stessi indossati dalla modella Fillide Melandroni nei panni di Giuditta nella Giuditta che taglia la testa ad Oloferne.

Caravaggio inoltre non esitava ad utilizzare tele già dipinte, e proprio nella Buona Ventura, le indagini diagnostiche svelano una Madonna a mani giunte realizzata in precedenza e ruotata di novanta gradi rispetto all’opera finale. Nel San Giovannino invece le elaborazioni ci consentono di scorgere l’aggiunta di un agnello, simbolo iconografico poi eliminato. Variavano spesso anche i supporti da lui utilizzati, e così scopriamo che la splendida Fuga in Egitto è in realtà dipinta su un particolare “tovagliato a fiandra”, tessuto a losanghe intrecciate, e che il meraviglioso angelo di spalle centrale nella composizione finale era inizialmente rimpicciolito e collocato in basso a destra. L’emozione cresce nelle sale dedicate alle opere tarde, quelle dopo la fuga da Roma: a Napoli vede la luce la splendida ed intensa Flagellazione di Cristo, oggi conservata al Museo di Capodimonte; a Malta ritrae invece un austero Cavaliere che emerge dall’oscurità della tela, ma è davanti alla sua ultima opera, il Martirio di Sant’Orsola, dipinto poco prima di morire, che il cuore ha un balzo.

L’opera, commissionata dal banchiere genovese Marcantonio Doria, è dedicata alla figlia Anna Grimaldi, suora nel Convento napoletano di Sant’Andrea delle Dame proprio con il nome Orsola. Il volto che sporge alle spalle della Santa è un autoritratto del pittore, presenza abbastanza significativa nelle sue ultime opere, e Caravaggio come sempre sa cogliere l’attimo cruciale nel quale Attila, Re degli Unni, scaglia la freccia mortale nel petto della vergine Orsola, colpevole di non volersi a lui concedere.

A seguito di un recente restauro è comparsa tra loro anche una spettacolare mano che sembra voler fermare invano proprio quella freccia mortale, quasi un preludio alla sorte infausta che gli toccò poco tempo dopo, dove “sorpreso da febbre maligna morì in pochi giorni… così il Caravaggio si ridusse a chiuder la vita e l’ossa in una spiaggia deserta”, quella di Porto Ercole, dove il sonno eterno lo sorprese nel 1610 a soli trentanove anni.

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