Lecco, 29 giugno 2018   |  
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All'Africa occorre un Piano Marshall

di Alberto Comuzzi

Se il Continente Nero non sarà aiutato a sostenersi da solo il fenomeno delle migrazioni sarà destinato a crescere. L'egoismo, individuale e collettivo, è il male che più di altri attanaglia oggi l'umanità.

abcdBalcani occidentali piano Marshall a trazione tedesca

Sul gigantesco fenomeno delle migrazioni la verità, seppur lentamente, viene a galla. Oggi anche autorevoli esponenti della sinistra, che per anni s'è ostinata a confondere rifugiati con migranti economici, ammettono che il vero problema è quel 93 per cento di persone che fugge dalla fame e dalla miseria e non certo – come unanimemente tutte le altre forze politiche italiane hanno sempre riconosciuto – quel 7 per cento di persone che, in Europa, viene a chiedere asilo perché nel proprio Paese è in corso una guerra.

C'è voluta una sonora batosta elettorale (se fossero veri alcuni sondaggi il Pd oggi sarebbe al 4 per cento, un punto in più di Liberi e Uguali) per far capire ai cosiddetti buonisti che la lettura del fenomeno migratorio basata sui loro pregiudizi ideologici non è stata condivisa dalla maggioranza degli italiani. 

Qualcuno è arrivato ad insinuare che anche ministri del Governo Gentiloni si erano accorti del vicolo cieco in cui s'erano ficcati nel sostenere una indiscriminata politica dell'accoglienza, ma che non si sarebbero potuti tirare indietro per non irritare i vertici della Chiesa cattolica apertamente schierata a favore dei migranti.

In questa babele delle lingue dove ogni Stato (Italia compresa) tira l'acqua al proprio mulino, s'intuisce che i migranti sono un peso che tanto più grava sui cittadini quanto più fragili sono le loro condizioni economiche.

L'ostilità crescente di tanti europei nei confronti di extracomunitari sta mutando le leadership governative in molti Paesi. Più s'insiste nel contrapporre i valori della democrazia (che solo la sinistra, a suo dire, è in grado d'interpretare) a quelli del populismo o sovranismo (bollato come oscurantista e neofascista), più si acuisce il solco tra i cittadini di un medesimo Stato.

Più che di sterili diatribe tra élite politiche, tra maggioranze ed opposizioni, i cittadini europei hanno bisogno oggi di un rafforzamento di quegli ideali, incarnati, guarda caso, da tre cattolici come Schumann, Adenauer e De Gasperi, grazie ai quali s'è potuto dare il via alla costruzione di una Europa unita.

Oggi il termine solidarietà è sulla bocca di tutti, ma coloro che la praticano sono ben pochi, purtroppo. Dal 1947 al 1951 gli Stati Uniti d'America (non seguiti da quella che un tempo si chiamava Unione delle repubbliche socialiste sovietiche) si fecero promotori di un Piano per la ripresa europea, meglio conosciuto come Piano Marshall, dal nome del suo ideatore, l'allora segretario di Stato, George Marshall.

Il denaro di milioni di contribuenti americani fu investito in un piano economico quadriennale per aiutare soprattutto l'Italia e la Germania a rimettersi in sesto.

Anche se non tutti i consigli degli economisti statunitensi furono messi in pratica dagli europei (gli aiuti ricevuti non avrebbero dovuto essere utilizzati per fronteggiare le contingenze del momento), i 14 miliardi di dollari (diluiti in 48 mesi), erogati in gran parte a Germania e Italia, furono investiti per avviare un processo di riforme strutturali in entrambi i Paesi.

I tedeschi rimisero in piedi le fabbriche distrutte, poi le strade e i ponti, infine le case, le chiese e, per ultimo, i teatri e i cinema. L'Italia, in meno di 15 anni, dal 1945 al 1960, ricostruì la propria economia diventando uno dei Paesi più industrializzati del mondo.

Una positiva concezione del lavoro – inteso non come alienante fatica, ma come benedizione divina –, supportata da un grande desiderio di dimenticare gli orrori della guerra e di ricostruire spiritualmente e materialmente il proprio Paese, furono il collante di una generazione (quella dei nati tra il 1910 e il 1930) alla quale si deve anche l'appropriato utilizzo dei fondi stanziati dal Piano Marshall.

Se gli europei, magari con l'aiuto di Stati Uniti, Canada, Giappone, Australia e, perché no?, anche della Russia, lanciassero un grande Piano di sviluppo dell'Africa, probabilmente, il problema migratorio cesserebbe di essere tale.

Inutile far finta di non vedere: il Continente nero continua ad essere saccheggiato da coloro che sono in grado di farlo. Chi può ne approfitta, non ultimi i silenziosi negrieri dagli occhi a mandorla.

Come l'Europa s'è ricostruita anche grazie al Piano Marshall, altrettanto potrebbe accadere all'Africa con un analogo piano di sviluppo promosso da Europa e amici.

Naturalmente l'Unione Africana, il sodalizio che raccoglie 55 Paesi del Continente Nero, dovrebbe impegnarsi ad usufruire degli aiuti in modo costruttivo implementando, per esempio, da subito, una formidabile campagna d'educazione alla paternità responsabile.

In Niger, Mali, Somalia, Uganda e Congo le donne partoriscono ciascuna una media di figli che va dal 7,75 al 6,69. L'attuale popolazione africana è di 1,2 miliardi di persone destinate a raddoppiare nei prossimi trent'anni. Ciò significa che nel 2048, se gli indici demografici non muteranno, l'Africa avrà una popolazione cinque volte superiore a quella europea.

Si comprende allora l'allarme dei vescovi africani che, come gli altri loro confratelli sparsi nel mondo, insistono sull'importanza dell'educazione delle nuove generazioni perché siano sempre più responsabili non solo nel far lievitare le economie dei propri Paesi, ma nel rispettare la dignità della donna, che non può essere ridotta al ruolo di fattrice, seppur di uomini.

Gli europei devono prendere coscienza che aiutare in modo intelligente gli africani è un utile investimento innanzi tutto per sé stessi; gli africani devono rendersi conto che hanno ricchezze e forze umane più che sufficienti per migliorare la qualità delle loro esistenze.

C'è un “piccolo” problema da risolvere, però: sconfiggere la rapacità di alcune élite, più economiche che politiche, che si sono assestate al potere sia in Europa, sia in Africa.

Una soluzione che è anche una scommessa per europei ed africani. Sarà possibile vincerla senza illuminazione divina?

 

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