Como , 09 giugno 2018   |  

Il nuovo Governo e la sua visione della realtà

di Giulio Boscagli

D'ora in avanti il compito indispensabile è quello di valutare le azioni concrete che il governo comincerà a porre in atto.

1528200022905.jpg giuseppe conte in senato

Con la doppia votazione di fiducia alla Camera e al Senato il governo Conte è entrato nella pienezza delle sue funzioni. Mancano ancora alcuni adempimenti che si prevedono laboriosi (la nomina di vice-ministri e dei sottosegretari) ma che non ne intaccano i pieni poteri. Questi sono i fatti ed è con i fatti che occorre confrontarsi.

Quindi sarà utile mettere in secondo piano le osservazioni “di colore” (i congiuntivi di Di Maio, le lacune storiche del premier, le intemperanze verbali ..) o quelle più politiche riguardanti lo scandalo per l’alleanza (meglio, il contratto) tra due forze che in campagna elettorale si erano fortemente contrapposte: la nostra è una repubblica parlamentare, non sarà mai ricordato a sufficienza, ed è in Parlamento che si compongono le alleanze per il governo. Questo è stato fatto ed è bene non sottovalutare mai l’importanza delle aule parlamentari; negli anni della cosiddetta prima repubblica partiti diversi e opposti si sono confrontati e scontrati anche ferocemente, ma non è mai venuto meno la funzione del Parlamento come luogo di composizione delle differenze, sottraendole all’istintività delle piazze.

D'ora in avanti il compito indispensabile è quello di valutare le azioni concrete che il governo comincerà a porre in atto.

Abbiamo ricordato altre volte che ogni politica ha bisogno di una visione della realtà, di una concezione della persona alla quale ispirare le scelte. Da questo punto di vista la compagine governativa manifesta più di una contraddizione.

A un ministro che afferma il valore della famiglia come riconosciuta dalla Costituzione (valore tipico di una concezione democratico-cristiana) fa riscontro un altro che ha sulla giustizia posizione vicine a quelle di regimi autoritari.

Una cosa però va sottolineata da subito ed è il rischio di un possibile restringimento degli spazi della democrazia rappresentativa.

La cosiddetta democrazia diretta è uno strumento da maneggiare con delicata cura: se può funzionare per specifici provvedimenti amministrativi in piccole comunità, diventa strumento pericoloso in contesti più ampi. A meno che non si voglia considerare espressione di democrazia diretta qualche migliaio di clic come avvenuto di recente per approvare il contratto dei Cinquestelle.

Va difesa la rappresentanza parlamentare senza alcun vincolo di mandato come prevede la costituzione, la sua abolizione sarebbe la premessa ad una svolta autoritaria che, purtroppo, non pochi auspicano tra coloro che governano i grandi poteri finanziari.

A questo proposito, fa riflettere il fatto che al sistema informatico che governa le scelte del Movimento Cinquestelle sia stato dato il nome di Rousseau. Non so quanti conoscano il pensiero del filosofo francese Jean-Jacques Rousseau (1712-1778), ma il Manzoni, nel dialogo “Dell’invenzione” mentre parla di Robespierre ci avverte che da quel filosofo, il rivoluzionario, “aveva imparato che l'uomo nasce bono, senza alcuna inclinazione viziosa; e che la sola cagione del male che fa e del male che soffre, sono le istituzioni sociali. (…) Sul fondamento dunque di quell'assioma, era fermamente persuaso che, levate di mezzo l'istituzioni artifiziali, unico impedimento alla bontà e alla felicità degli uomini, e sostituite a queste dell'altre conformi alle tendenze sempre rette, e ai precetti semplici, chiari e, per sé, facili, della natura (parola tanto più efficace, quanto meno spiegata), il mondo si cambierebbe in un paradiso terrestre. La quale idea, non è punto strano che nascesse in menti che non credevano il domma del peccato originale; come non bisogna maravigliarsi se la vediamo ripullulare sotto diverse forme. “

E’ in questa filosofia che hanno trovato alimento le tragiche rivoluzioni del secolo scorso ed è una filosofia che non è mai definitivamente sconfitta. Ritorna infatti ogni volta che al centro della politica si mette lo Stato piuttosto che la persona e le ”formazioni sociali ove si svolge la sua personalità” come chiede la nostra Costituzione.

Grave è la povertà di cultura della sussidiarietà non solo nel governo ma anche nel dibattito politico che si sofferma troppo spesso e polemizza sui dettagli piuttosto che sui fondamenti di una convivenza giusta e pacifica.

Al doveroso rispetto istituzionale per il governo si dovrebbe accompagnare una grande battaglia culturale contro l’ideologia statalista e giacobina che sembra informarlo. Ma quali forze sono oggi in grado di aprire un adeguato dibattito sul tema?

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