Como, 05 maggio 2019   |  

La Politica e il futuro dell'Unione Europea

di Giulio Boscagli

Il Papa emerito indica un compito immenso per tutti i cristiani che vogliono partecipare alla costruzione europea ed è quello di una testimonianza viva e pubblica della propria fede, una fede capace di arrivare fino al giudizio e all’impegno politico di cui c’è una grande nostalgia e un grande bisogno.

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Da sinistra: Konrad Adenauer, Robert Schuman e Alcide De Gasperi

Il mese di Maggio è caratterizzato da un’importante scadenza per il futuro dell’Unione Europea dal momento che sono programmate le elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo, una scadenza che mai prima d’ora aveva visto in campo così tante forze critiche o contrarie a questa istituzione e che la vorrebbero modificare profondamente.

Ma prima di allora avremo occasione, il 9 Maggio, di celebrare la festa dell’Europa. E’ in quella data, infatti, che nell’ormai lontano anno 1950 divenne pubblica la cosiddetta Dichiarazione Schuman, dal nome del ministro degli esteri francese che, lanciò la proposta di superare le cause che avevano più volte scatenato le ostilità tra la Francia e la Germania.

“Il governo francese propone di mettere l'insieme della produzione franco-tedesca di carbone e di acciaio sotto una comune Alta Autorità, nel quadro di un'organizzazione alla quale possono aderire gli altri paesi europei.”

Forse oggi non appare chiara la portata rivoluzionaria di questo gesto, abituati come siamo agli abboccamenti continui tra Macron e Merkel. Nel 1950, con le ferite della guerra non ancora del tutto rimarginate, Schuman apriva le porte della collaborazione a quei tedeschi che da quasi un secolo rappresentavano con diffidenza e anche disprezzo, il nemico storico dei francesi.

Bene ha fatto il ministro Moavero Milanesi, nell’incontro a Lecco del 26 Aprile scorso, a ricordare che solo l’intervento della Provvidenza riesce a spiegare pienamente un così profondo rimescolamento delle carte della politica internazionale.

Da questa iniziativa nacque la CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio) che ebbe tra i suoi fondatori oltre a Francia e Germania anche l’Italia, il Belgio, l’Olanda e il Lussemburgo, costituendo il primo embrione di un percorso di costruzione delle istituzioni europee che, pur profondamente modificato, è giunto fino a noi.

Chi si prenda la briga di leggere tutta la Dichiarazione o i discorsi che in quegli anni fecero i diversi protagonisti di quegli accordi, resta meravigliato dal livello alto di riflessione e di responsabilità che accomunava Schuman De Gasperi, Adenauer, e gli altri responsabili dei paesi firmatari.

Il realismo era la chiave di questi accordi come possiamo leggere nel trattato:
L'Europa non potrà farsi un una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto. L'unione delle nazioni esige l'eliminazione del contrasto secolare tra la Francia e la Germania: l'azione intrapresa deve concernere in prima linea la Francia e la Germania.

La lungimiranza di alcuni politici, in maggioranza, e non casualmente cristiani veri, aveva saputo combinare l’ideale di una costruzione europea con i passi prudenti che questo processo avrebbe richiesto. E’ la politica, quella alta, che sa combinare gli ideali con la loro realizzabilità attraverso processi di partecipazione democratica che aiutino le popolazioni a condividere le decisioni necessarie.

E’ quello che è mancato alle istituzioni europee negli ultimi anni, quando si è lasciato che il centro delle decisioni fosse non la politica ma l’economia e il mercato e il governo delle operazioni passasse di fatto dalle mani dei politici a quelli di una burocrazia pletorica tesa più ad autogiustificarsi che a cercare il bene delle popolazioni europee, soprattutto di quelle più deboli sulle quali si è particolarmente scaricato il peso della crisi economica non ancora del tutto superata. Ed è in queste parti di popolazione che si è maggiormente evidenziato il rifiuto dell’Europa (intesa come istituzioni europee).

Come uscire da questa situazione?
Lo stesso ministro degli esteri ha sottolineato la necessità di procedere a una revisione del funzionamento dell’unione Europea, pur non nascondendo le difficoltà che questo comporta.

L’incendio della cattedrale di Notre Dame è una metafora di questa Europa, che brucia nel suo tetto, cioè nella copertura di senso che l’ha costituita. Ci si può domandare se ci sarà qualcuno, che, politicamente, abbia il coraggio di entrare dentro il fuoco per salvare, come il cappellano dei pompieri ha fatto nella cattedrale per salvare il Santissimo, i valori profondi dell’Europa, quelli testimoniati da Schuman e dagli altri fondatori.

Per questo, tuttavia, occorre non rifiutare le proprie origini, l’identità profonda e le diverse vocazioni dei popoli europei.

Come ancora una volta ci ha ricordato Benedetto XVI nei suoi recenti appunti:
Una società nella quale Dio è assente – una società che non lo conosce più e lo tratta come se non esistesse – è una società che perde il suo criterio. Nel nostro tempo è stato coniato il motto della “morte di Dio”. Quando in una società Dio muore, essa diviene libera, ci è stato assicurato. In verità, la morte di Dio in una società significa anche la fine della sua libertà, perché muore il senso che offre orientamento. E perché viene meno il criterio che ci indica la direzione insegnandoci a distinguere il bene dal male. La società occidentale è una società nella quale Dio nella sfera pubblica è assente e per la quale non ha più nulla da dire. E per questo è una società nella quale si perde sempre più il criterio e la misura dell’umano.

Il Papa emerito indica un compito immenso per tutti i cristiani che vogliono partecipare alla costruzione europea ed è quello di una testimonianza viva e pubblica della propria fede, una fede capace di arrivare fino al giudizio e all’impegno politico di cui c’è una grande nostalgia e un grande bisogno.

 

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