Lecco, 02 marzo 2018   |  

L’Italia è (ancora) una repubblica parlamentare

di Giulio Boscagli

camera large

Alla vigilia dell’apertura delle urne può esser utile porre l’attenzione su alcune questioni di ordine generale

1 Andiamo a votare
L’invito al voto non è secondario: il clima aspro del confronto, una marcata disaffezione per la politica, l’erronea considerazione che “tanto con cambierà nulla”, sono alcune tra le diverse motivazioni che tengono lontani dal voto circa un quarto degli elettori. Più alta sarà la partecipazione al voto più il Parlamento che ne scaturirà sarà rappresentativo del clima presente nel paese e quindi – almeno si può sperare–questo potrà rendere più attente le diverse forze politiche alle vere domande degli italiani .

2 L’Italia è (ancora) una repubblica parlamentare.
Non è banale ricordarlo dato che il parlare che si fa ormai da più di vent’anni di una cosiddetta seconda repubblica ha fatto sì che, quasi impercettibilmente, in moltissimi lo pensino davvero; così come pensano davvero che la presenza dei nome dei leader politici sulla scheda significhi che quello sarà il prossimo presidente del consiglio in caso di vittoria, come se fosse già realizzata una repubblica presidenziale.
Le cose non stanno esattamente così. In una repubblica parlamentare come la nostra, infatti, la costituzione prevede che i governi si formino in Parlamento, e non nelle urne. Questo non significa certo che l’indicazione che i cittadini daranno votando questo o quel partito non abbia peso, anzi. Ma la costituzione prevede che dentro al Parlamento si verifichi l’esistenza di una maggioranza di parlamentari disposti a votare la fiducia a un governo. Mentre tutti spendono parole contro le intese più o meno larghe disprezzandole con quel termine ormai di moda di “inciucio”, è proprio questa la strada ordinaria che la costituzione prevede per dare un governo al paese. Una alleanza tra partiti da costruire con il paziente negoziato sui programmi, sapendo che un buon governo può nascere solo da un buon accordo politico e programmatico tra diversi.
Non lasciamoci ingannare dal fatto che la competizione elettorale è, almeno sula carta, tra le due coalizioni di centrodestra e di centrosinistra (oltre alla presenza del movimento Cinquestelle) e che sia l’una che l’altra parte rifiutano con toni eccessivamente alti per essere credibili che non ci sarà nessuna grande coalizione dopo il voto.
Io credo che, se fosse necessario per dare un governo all’Italia, una “grande coalizione” ( cioè tra destra o parti di essa e sinistra o parti di essa) questa avrebbe certamente difficoltà per essere varata ma non minori – se siamo realisti - di quelle necessarie per varare un governo dl solo centrodestra o della sinistra. Non c’è chi non vede che le alleanze che si presentano al voto sono generate assai più dalla necessità imposta dalla legge elettorale che da una reale condivisione di programmi.
C’è solo da sperare che, calmate le acque tumultuose della campagna elettorale, prevalga, almeno in qualche leadership dei partiti, una preoccupazione per bene dell’Italia maggiore di quella per il proprio partito.

3 cattolici e politica

Mai come in questa occasione i gli elettori cattolici si esprimono a favore di quasi tutta la gamma delle proposte politiche. La chiamano diaspora e già la il termine non suona positivo. D’altra parte quando si usa il termine “elettorato cattolico” ci si riferisce a un popolo definito da un’appartenenza sociologica alla tradizione cristiana. Ma se restringiamo l’analisi a quella parte del popolo cattolico che suole definirsi “praticante”, cioè quelle persone per cui l’esperienza cristiana è al centro delle proprie scelte di vita, allora la questione si fa un po’ più delicata e il commento lo lascio a un grande educatore di popolo:
“Non so se è un bene [la fine dell’unità politica dei cattolici, ndr]. E’ un fatto, perfettamente previsto dall’autorità della Chiesa e prevedibile nel fatto di libertà della coscienza cristiana. Anche se, dove l’unità che i cattolici hanno come oggetto di fede – membra di un solo Corpo per la comunione battesimale – quando si realizzasse anche a un livello socio-politico, sarebbe sempre per la società umana, qualunque posizione uno avesse, un esempio confortante. Unità in funzione della Chiesa e non di un partito politico o di uno schieramento. (don Luigi Giussani, intervista a La Stampa, 1996)

Appuntamenti

Ritrovaci su Facebook

Caleidoscopio

21 Giugno 1280, in cambio della libertà, il marchese Guglielmo VII del Monferrato  cede Torino a Tommaso III di Savoia: da questa data la storia della città si legherà a quella dei Savoia

Social

newFB newTwitter