Como, 12 gennaio 2018   |  

Per introdurci al Sessantotto mezzo secolo dopo

di Giulio Boscagli

Una testimonianza e una riflessione su eventi che – comunque li si giudichi – hanno provocato il primo grande sconvolgimento in Europa dopo la fine della seconda guerra mondiale.

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Tra i tanti anniversari previsti per questo duemila diciotto appena iniziato spiccano i cinquanta anni che ci separano dagli eventi del maggio francese da cui si innescarono movimenti “tellurici” che attraversarono, sconvolgendoli, tutti i paesi dell’Occidente.

C’è quindi da aspettarsi una serie di interventi commemorativi da parte dei media, grandi e piccoli, in cui reduci veri o presunti daranno fondo ai ricordi e pensosi commentatori ci affliggeranno con importanti riflessioni su questa epoca, per alcuni gloriosa per altri disgraziata.

Noi che avevamo vent’anni in quel maggio e che abbiamo visto e vissuto quegli anni, abbiamo un compito di testimonianza ma anche di un giusta riflessione su eventi che – comunque li si giudichi – hanno provocato il primo grande sconvolgimento in Europa dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Per non smarrirci nell’onda dei ricordi converrà mettere alla nostra riflessione, a mo’ di introduzione, qualche punto fermo.

Il primo di questi lo dobbiamo a Joseph Ratzinger che, ancora semplice teologo, aveva dato alle stampe, nell’estate di quel 1968, i testi delle lezioni da lui tenute a Tubinga nell’anno precedente e confluite in uno dei suoi testi più importanti, pubblicato da Queriniana a Brescia, “Introduzione al cristianesimo”.

Nella prefazione di allora, mentre i primi lampi del maggio stavano “illuminando” l’Europa, scriveva con la consueta diretta chiarezza “Il problema di sapere esattamente quale sia il contenuto e il significato della fede cristiana è oggi avvolto da un nebuloso alone d’incertezza, che è fitto e spesso come forse mai prima d’ora lo è stato nella storia”.

Lungimirante osservazione che sarà verificata proprio da quegli eventi che metteranno in subbuglio e in crisi non solo le diverse società europee ma anche i cattolici e tanta parte della chiesa stessa.

Il libro ebbe un largo successo, con molte edizioni finché, nel 2000 in Germania e nel 2003 in Italia, al testo già noto Ratzinger aggiunse un nuovo “Saggio introduttivo” che dava conto delle riflessioni e degli eventi succedutisi dalla prima edizione.

E qui ecco un buon criterio di lettura (la sottolineatura è mia): “A ben guardare due anni sembrano aver segnato gli ultimi decenni del secolo appena trascorso: il 1968 e il 1989. Il 1968 è legato all’emergere di una nuova generazione, che non solo giudicò inadeguata, piena di ingiustizia, piena di egoismo e di brama di possesso, l’opera di ricostruzione del dopoguerra, ma che guardò all’intero svolgimento della storia, a partire dall’epoca del trionfo del cristianesimo, come a un errore e a un insuccesso”.

Desiderosi di migliorare la storia, di creare un mondo di libertà, di uguaglianza e di giustizia, questi giovani si convinsero di aver trovato la strada migliore nella grande corrente del pensiero marxista. L’anno 1989 segnò il sorprendente crollo dei regimi socialisti in Europa che lasciarono dietro di sé un triste strascico di terre distrutte e di anime distrutte”.

Nella sua sintesi Ratzinger coglie con finezza la parabola di quel movimento sessantottino; nel saggio spiega poi l’involuzione di un cristianesimo non più consapevole di sé e quindi preda delle ideologie correnti.

E’ interessante riflettere su questa affermazione dal momento che ancora oggi pensiamo che ogni rivolta, ogni rivoluzione sorga da oppressi contro oppressori; la questione del Sessantotto mostra un’altra logica dal momento che i “rivoluzionari” d’allora non erano in maggioranza figli di un popolo oppresso ma della borghesia padrona. Famosa resterà l’invettiva di Pier Paolo Pasolini dopo gli scontri tra studenti e polizia a Villa Giulia, Roma.

Avete facce di figli di papà. Buona razza non mente(…) Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti io simpatizzavo coi poliziotti! Perché i poliziotti sono figli di poveri.

Nella logica di questo scritto, che vuole essere solo una introduzione al ricordo di quegli eventi, lontani sì ma ancora oggi influenti (non fosse altro perché molti dei “rivoluzionari” di allora occupano importanti posti di potere oggi), cito due altri fattori che per me sono stati di orientamento.

Il primo. Nel giugno del 1969 Jaca Book dava alle stampe un libretto dal titolo accattivante “Vangelo e Rivoluzione: nel cuore della nostra crisi spirituale”. Chi si fosse soffermato alle prime due parole del titolo avrebbe potuto pensare a uno dei tanti libelli che in quegli anni cercavano di coniugare il cristianesimo con il marxismo; in realtà si trattava di un testo di tutt’altro tenore.

Pubblicato in Francia in pieno Sessantotto nasceva dalla collaborazione di tre cristiani francesi (un ortodosso, un cattolico e un protestante) e prendeva di petto proprio quel clima nebuloso stigmatizzato da Ratzinger. In particolare il saggio uscito dalla penna del teologo ortodosso Olivier Clément (che negli anni successivi sarà protagonista di molti incontri al Meeting di Rimini e diventerà grande amico di don Giussani) con il titolo “Dioniso e il Risorto” affrontava il confronto tra il mito greco rivisitato da Nietzsche e la salvezza cristiana.

Rilevato che la crisi contemporanea della fede dipendeva dall’influsso esclusivo dell’interpretazione scientifica del pensiero cristiano, Clement si chiedeva “se tanti interventi cristiani non incidono profondamente nel mondo moderno, non è forse perché essi non sembrano scaturire da una viva esperienza del mistero di Dio?”

Il secondo riferimento riguarda la presenza del dissenso nei paesi dell’Est, dissenso cristiano ma non solo. Il paradosso era quello di una rivoluzione che in Occidente si riferiva come modello al marxismo nelle sue più estrose varianti mentre da quella parte di Europa dove il marxismo si era realizzato come sistema giungevano voci di perseguitati e oppressi che non trovavano ascolto, anzi venivano disprezzate come controrivoluzionarie.

Quanto l’Europa e l’Italia stessa abbiano pagato questo strabismo è storia ancora da scrivere: occorrerà che passi la generazione che ha messo i suoi potenti sacerdoti laici, opinion makers, formatisi in quegli anni (“formidabili” a sentire Capanna), nei gangli vitali della cultura e dell’informazione di massa.

In conclusione riporto un breve passaggio dell’intervento del teologo cattolico Le Guillou che in quel momento storico dovette apparire quanto mai inattuale ma del quale oggi possiamo comprendere tutta la coraggiosa importanza: “comprendiamo le ribellioni dei nostri fratelli, abbiamo nel cuore delle illusioni simili alle loro… capiamo la loro disperazione. Ma perché il mondo possa essere umano sappiamo che non possiamo fare di meglio che lasciarci prendere dal mistero di Cristo. Più forte che mai dobbiamo confessare che il Signore è grande”.

 

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