Como, 21 febbraio 2020   |  

Referendum costituzionale: è vera democrazia?

di Giulio Boscagli

Scadenza importante sarà quella del 29 Marzo sul referendum costituzionale. Di cosa si tratta?

senato parlamento

Mentre l’attenzione politica è tutta verso le elezioni amministrative del Comune di Lecco, rischia di passare sotto traccia una scadenza assai più avvicinata che è quella del referendum costituzionale per il quale si voterà il prossimo 29 marzo.

Di che cosa si tratta? Gli elettori italiani sono chiamati al voto per confermare o no la legge che il Parlamento ha approvato definitivamente nell’ottobre scorso e con la quale ha modificato tre articoli della Costituzione, il 56, 57 e 59. Sono gli articoli che fissano i numeri dei componenti del Parlamento fino ad ora fissati in 630 per la Camera dei Deputati e 315 per il Senato della Repubblica. La legge prevede un taglio drastico dei componenti portando a 400 i deputati e a 200 i senatori, mentre fissa un tetto massimo di cinque per i dei senatori a vita. Il risultato sarà valido a prescindere dalla percentuale dei votanti

E’ indubbio che, al momento, la proposta di tagliare i paralmentari gode di un certo favore popolare, ma tale favore è anche ragionevole?

Secondo lo spirito di Resegoneonline ma anche della lunga storia di giornalismo cartaceo che gli sta alle spalle, proviamo a porre qualche riflessione nel merito.

Innanzitutto un’osservazione che si rifà alla storia: come mai nel dibattito alla Costituente si trovò un accordo su questi numeri? Si tenga presente che in quegli anni gli italiani erano molti di meno rispetto ad oggi: all’incirca 47 milioni mentre oggi siamo oltre sessanta. La scelta non fu quella di fornire posti alla “casta” come si usa dire oggi, ma quello di assicurare alla neonata e ancora fragile democrazia una rappresentanza adeguata e parlamentari il più possibile vicini alle popolazioni.

Il numero dei parlamentari non è stato mai oggetto di discussioni né di particolari polemiche giornalistiche per tutto il tempo della cosiddetta prima repubblica. Era allora in vigore, infatti, un sistema elettorale proporzionale, capace di dare rappresentanza parlamentare anche a piccole formazioni politiche: il numero costituiva una ricchezza per la democrazia. Non voglio dire che in quei parlamenti tutto filasse liscio, non ci fossero conflitti, ritardi, controversie e anche scandali. Tutto questo avveniva tuttavia in un confronto che dava voce a tutte o quasi le culture e le identità politiche e sociali presenti nel nostro paese.

La rottura che si è avuta dopo tangentopoli con le riforme elettorali tese a togliere potere ai partiti per costruire una fantomatica seconda repubblica anche prendendo a prestito sistemi istituzionali da paesi di storia e cultura diverse dalla nostra, ha fatto decadere, gradualmente ma inesorabilmente, il ruolo del parlamento e la stima che di esso ne ha la popolazione, privata, dai nuovi sistemi elettorali, della vicinanza e del controllo sui propri eletti.

Quando poi un fortunato libro ha identificato il parlamento con la “casta”, cioè come un luogo di privilegiati tesi solo a garantire i vantaggi per sé e per i propri amici, il danno è stato completato. Addirittura il Movimento Cinque Stelle ha fatto un obiettivo politico della lotta al parlamento e alla rappresentanza (“apriremo il parlamento come una scatola di sardine”) e lo persegue con una serie di proposte di modifica della costituzione e di altre leggi fondamentali che abbattono giorno dopo giorno la democrazia interna e la credibilità esterna del nostro paese.

Appurato che il risparmio economico di questa riforma è del tutto risibile vediamo come cambierebbe la rappresentanza. Oggi c’è un parlamentare ogni centomila abitanti circa: è la dimensione dei collegi prevista dal cosiddetto Mattarellum, una dimensione che consente all’eletto una rappresentanza reale del territorio che lo sceglie. Un senatore oggi rappresenta circa duecentomila elettori. I numeri si amplierebbero molto, a circa 160mila per il deputato e a trecentomila per il senatore, aumentando ulteriormente il distacco dai cittadini.

Ovviamente i pareri sui numeri della rappresentanza sono tutti legittimi: la stessa riduzione dei parlamentari sarebbe una proposta molto più accettabile se si accompagnasse a un disegno di riforma istituzionale articolato e discusso a tutti i livelli nel paese.

Una riforma in senso federalista del paese potrebbe comportare una modifica radicale, ad esempio, del Senato e una riduzione dei parlamentari sarebbe compensata da un aumento di competenze dei consigli regionali. Servirebbe comunque una legge elettorale capace di riportare in parlamento rappresentanti del popolo e non solo uomini del capopartito di turno.

Allo stato attuale invece la riforma si presenta solo come una penalizzazione della “casta” che si rivela però come una vera penalizzazione della democrazia.

Dal momento che, come si attribuisce a Churchill, “la democrazia è il peggior sistema di governo eccettuati tutti gli altri finora conosciuti” non è accettabile che il parlamento venga indicato come il capro espiatorio di tutte le difficoltà in cui versa l’Italia. Anzi, proprio dalla riaffermazione della centralità di un parlamento veramente rappresentativo delle diverse anime del paese possiamo aspettarci scelte lungimiranti e accettare sfide coraggiose.

Per votare il 29 marzo poniamoci una domanda prima di entrare in cabina: diminuire la rappresentanza parlamentare aiuta o impedisce un migliore esercizio della democrazia?

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