Como, 30 ottobre 2017   |  
Chiesa   |  Opinioni

Riscopriamo la dottrina sociale della Chiesa

di Franco Cecchin

FRANCOCECCHIN

In un mondo come il nostro, fatto di egoismi, di violenze e di ingiustizie, è urgente riscoprire la Dottrina sociale della Chiesa. È un appello accorato che rivolgo ai credenti e ai non credenti. Stiamo imboccando un tunnel che ci porta all’autodistruzione.

Manca una progettualità. Sono saltati tutti i punti di riferimento. La terra, che è diventata un villaggio globale, più che essere una casa comune sta trasformandosi in una Babele per una molteplicità di linguaggi in una continua contrapposizione e aggresività.

Occorre fermarci, riflettere, confrontarci e impegnarci per il Bene comune. Chi è credente ha una responsabilità in più. L’accettare il Dio di Gesù non significa fuggire dalla storia, ma dare un’anima ad una società che ha smarrito le radici e ha perso lo sguardo verso il futuro.

Riprendiamo la Dottrina sociale della Chiesa, partendo dall’enciclica “Rerum Novarum” (1891) di Leone XIII, in cui si afferma la necessità di impegnarsi a realizzare un giusto ordine sociale. Pio XI, nell’enciclica “Quadragesimo anno” (1931) sottolinea la dimensione della solidarietà sociale.

Paolo VI, nel 1967, pubblica l’enciclica “Populorum progressio”, in cui si sostiene il valore di un umanesimo planetario, illustrando la relazione necessaria tra sviluppo e pace. Giovanni Paolo II, nell’enciclica “Sollicitudo rei socialis” del 1987 evidenzia che lo sviluppo a livello mondiale deve promuovere rapporti di giustizia con i paesi meno sviluppati.

Benedetto XVI nell’enciclica “Caritas in veritate” del 2009 conferma e precisa il “Compendio della Dottrina sociale della Chiesa” con il principio che l’amore fraterno tra le persone, le comunità e i popoli va illuminato dall’autenticità delle relazioni.

Papa Francesco con l’enciclica “Laudato si’” del 2015 ha completato la visione della Dottrina sociale della Chiesa con l’impegno di tutti a prendersi cura della terra come casa comune, cercando un modello di sviluppo “sostenibile e integrale”, che non dimentichi i poveri.

In qualsiasi situazione in cui ci troviamo, sia a livello personale che di gruppo, mettiamo a tema ciò che è di fondo della convivenza umana: non siamo soli, ma relazione. Siamo parte viva del genere umano, della famiglia di Dio.

L’etica pubblica è la responsabilità rispetto a tutto ciò che parte dalla persona e si apre agli altri, abbracciando la totalità delle relazioni e degli agenti sociali in un’ottica di insieme. Non sciupiamo le grande conquiste scientifiche e tecniche che abbiamo raggiunto: mettiamolo al servizio non di pochi, ma di tutti.

Se vogliamo avere un presente e un futuro per noi e per la nuova generazione, non possiamo più pensare e agire in un modo individualistico e autoreferenziale. La nostra gioia è vera gioia se è comunicata. Il nostro possedere è appagante se è condiviso. La nostra voglia di vivere è vita se è partecipata. La nostra libertà è liberante se valorizza la libertà degli altri.

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