Como, 07 marzo 2020   |  

Un cambiamento d’epoca

di Giulio Boscagli

Cento anni dopo, oggi, non siamo certo nelle condizioni di quel dopoguerra in cui i caduti si erano contati a milioni. Così mentre un secolo fa l’entusiasmo era per i prodigi della scienza e della tecnica, oggi è tutto per le biotecnologie e i procedimenti che consentono la manipolazione dell’umano.

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Cento anni fa, nel 1920, l’Italia e in particolare il Nord, era nel pieno del cosiddetto “biennio rosso”, anni in cui la rivolta delle classi operaie due volte penalizzate dalla recente guerra (una per il contributo di sangue versato e l’altra per la mancata realizzazione delle promesse a favore degli ex combattenti) aveva portato all’occupazione di moltissime fabbriche e al conseguente blocco delle produzioni.

Era il segnale più evidente di un radicale cambiamento dell’epoca storica che era iniziato con l’attentato di Sarajevo del 1914 e il conseguente scoppio della Guerra Mondiale. Nessuno meglio di Joseph Roth ha sinteticamente colto la portata del cambiamento: “la grande guerra, che giustamente, a mio parere, viene chiamata guerra mondiale, e non già perché l’ha fatta tutto il mondo ma perché noi tutti, in seguito ad essa, abbiamo perduto un mondo, il nostro mondo”. L’acuta osservazione di Roth non può essere limitata al suo personaggio, un nobile dell’impero austroungarico, ma descrive meglio di un’analisi storica quello che avvenne in quegli anni.

L’Europa era arrivata all’appuntamento con la guerra piena dell’esaltazione di sé e dimentica della sua identità. L’inizio del secolo era stato celebrato a Parigi dal grandioso ballo Excelsior, culmine di quella che fu chiamata belle époque. Avevano contribuito alla costruzione di quel clima le grandi scoperte scientifiche e la loro applicazione alle tecnologie più diverse fino al punto di far nascere nelle élite dominanti le diverse nazioni, quella hybris, che per gli antichi greci consisteva nella “orgogliosa tracotanza che porta l'uomo a presumere della propria potenza e fortuna e a ribellarsi contro l'ordine costituito, sia divino che umano”.

Così la fede popolare da cui l’Europa aveva tratto la sua identità e la forza per superare le difficoltà si veniva a trovare emarginata proprio a partire dalle nazioni in cui era maggiormente presente. E’ noto il rifiuto del Papa di riconoscere lo stato unitario italiano, meno noto quanto accadde in altre nazioni con l’introduzione per legge del principio di laicità in Francia o il Kulturkampf in Germania che stabilirono la supremazia dello Stato sulla Chiesa ben al di là di una equilibrata divisione dei compiti.

Cento anni dopo, oggi, non siamo certo nelle condizioni di quel dopoguerra in cui i caduti si erano contati a milioni. Ma la cultura diffusa dai principali mezzi d’informazione, da certa politica e da molta cultura alla moda è infettata dalla stessa hybris. Stavamo costruendo un mondo in cui l’uomo è l’unica misura di se stesso, anzi è il suo stesso prodotto, come ci ha ricordato in tanti suoi interventi il card. Scola citando il filosofo tedesco che ha introdotto nel dibattito questa affermazione.

Così mentre un secolo fa l’entusiasmo era per i prodigi della scienza e della tecnica, oggi è tutto per le biotecnologie e i procedimenti che consentono la manipolazione dell’umano.

L’errore evidentemente non è nelle tecnologie ma in questa presunzione illimitata che cancella il reale per lascar posto all’ideologia come ci ha ricordato per tempo un grande come Chesterton “dovremo combattere per dimostrare che le foglie sono verdi d’estate ... il mondo moderno è in guerra con la ragione, e la torre già vacilla».

Poi un giorno un virus sconosciuto fa il suo ingresso nel gran teatro della vita e tutti ne siamo sconvolti. Come bambini colti in fallo prima cerchiamo un colpevole, un capro espiatorio su cui scaricare le nostre paure, poi rischiamo di avventurarci in risposte faidate (o piuttosto indotte dal brulicare di post e di talk show).

Chi ha la responsabilità di gestire questa emergenza sembra avere sulle spalle un peso troppo grande da portare, e gli errori e le improvvisazioni sono moltiplicati da un’informazione che si vorrebbe più responsabile.

L’Italia, e la Lombardia in particolare, sono messe in quarantena, in una restrizione delle libertà personali sconosciuta fino ad ora, visto che scuole e chiese rimanevano aperte anche in tempo di guerra.

I richiami delle autorità all’unità nazionale appaiono allo stesso tempo scontati e falsi, falsi perché fino al giorno prima la lotta tra le diverse fazioni e sotto fazioni politiche si svolgeva senza esclusione di colpi con attacchi personali oltre che politici.

Come affrontare allora questo nuovo grande cambiamento? Dopo la Grande Guerra una risposta, una fiammata di risposta alla crisi, venne da don Sturzo e dal Partito Popolare che cercò di portare nella politica i principi della dottrina sociale così altamente proclamata da Papa Leone XIII. L’età dei totalitarismi cancellò rapidamente questo generoso tentativo destinato a risorgere in nuova veste dopo la seconda ancor più terribile guerra mondiale.

Sia Sturzo che De Gasperi erano tuttavia educati a leggere la realtà attraverso la fede cattolica e a trarre da questa, laicamente, ispirazione per le politiche nazionali.

A chi guardare oggi? Probabilmente a quanti, in questo frangente, non hanno dato spazio ala paura ma trovato nuove motivazioni di impegno, per chi si trova in prima linea, o di aiuto e di condivisione dei bisogni.

L’auspicio è che anche la politica, la cui credibilità è messa a dura prova, sappia ritrovare motivazioni adeguate per affrontare la sfida di oggi ma soprattutto quella che sarà inevitabile per far ripartire questo paese in difficoltà. Confido che i cristiani, purificati da questo straordinario e duro digiuno eucaristico, siano parte fondamentale di questa ripresa.

 

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