Como, 31 dicembre 2017   |  
Economia   |  Politica

Fumagalli: il 62 per cento degli occupati garantiti da artigiani e piccoli imprenditori

di Alberto Comuzzi

Il Segretario generale di Confartigianato intravede nell'alternanza tra studio e lavoro e nella ripresa dell'apprendistato elementi utili per rilanciare l'occupazione giovanile. L'imprenditoria privata vero motore di sviluppo economico.

fumagalli cesare 2017

Cesare Fumagalli, segretario generale Confartigianato dal 2005

Sicurezza a parte, quella che più sta a cuore agli italiani, da tempo, è la questione economica, ovvero il lavoro. Istat e vari indici della produzione dicono che il Pil (Prodotto interno lordo) del 2017 è un pochino più alto di quello del 2016, ma la percezione che le cose migliorino continua a non essere avvertita da milioni di italiani.

Ne parliamo con Cesare Fumagalli che dal Gennaio 2005 è segretario generale di Confartigianato, un sistema associativo articolato in 119 Associazioni territoriali, 20 Federazioni regionali, 74 Associazioni di categoria, 1.215 sedi periferiche, 11.000 operatori al servizio di 521.000 imprese associate.

Da concreto lecchese va subito al sodo della questione. Dice: «Al netto dei tre milioni d'impiegati pubblici, l'artigianato e la piccola impresa – quella fino a 49 dipendenti – assicurano il 62 per cento dei posti di lavoro. Ciò significa che, nel settore privato, due occupati su tre o sono artigiani, o piccoli imprenditori, o loro collaboratori».

Nel 2017, dato Istat, i nuovi contratti di apprendistato sono stati 170.000 su un totale di 400.000. La ragione di un tale boom sta in quello che Fumagalli definisce “aspetto reputazionale”, vale a dire nel recente mutato “sentiment” verso il lavoro manuale, che negli ultimi cinquant'anni, purtroppo, è stato considerato di scarso “appeal” e sostanzialmente privo di status symbol.

«Il clima è decisamente mutato», sottolinea Fumagalli. «Oggi i genitori insistono meno con i figli perché frequentino l'Università per attendersi poi di fare “i colletti bianchi”. Il famoso “pezzo di carta” non funziona più, come nel passato, da ascensore sociale. Prima di noi se ne sono accorti i Francesi che con una fortunata campagna lanciata nell’ultimo decennio dalle Chambres des Métiers (Camere dell'Artigianato) hanno ulteriormente rafforzato il valore del lavoro manuale di per sé stesso già rivalutato nella pubblica opinione».

In Francia, osserviamo, non c'è una burocrazia asfissiante come la nostra e, soprattutto, non ci sono sindacati ostili all'istituto dell'apprendistato, come da noi in Italia. «Confermo che i vertici delle nostre rappresentanze sindacali hanno spesso mostrato un pregiudizio irragionevole verso l'apprendistato», spiega il Segretario generale.

«Il sospetto di fondo è che i datori di lavoro lucrino su un giovane che, a loro dire, produrrebbe come un collaboratore esperto, ma senza godere degli stessi diritti e retribuzione. La realtà è ben diversa: un apprendista va seguito ed istruito.

L'imprenditore investe tempo e denaro nella formazione; e quanto più la sua azienda è tecnologicamente avanzata o investita da processi produttivi sofisticati, tanto più deve essere previsto e assicurato un lungo tirocinio al giovane collaboratore. Il fatto che l'84 per cento degli apprendisti viene poi regolarmente assunto dovrebbe pur dire qualcosa ai sindacati, o no?».

Non insistiamo sulla miopia mostrata dai nostri sindacati su diverse questioni. È invece interessante – facciamo notare a Fumagalli – il suo punto di vista sulla formazione, che, immaginiamo, non sia esclusivamente relegata alla destrezza manuale. Non facciamo in tempo a domandargli di illustrarcelo, che il Segretario generale ci previene.

«Guardi, è presto detto», interloquisce. «L'alternanza scuola-lavoro, di cui finalmente oggi si cominciano a vedere i primi effetti – meritoria la legge 107/2015 della Lombardia, la prima regione in Italia ad occuparsi della materia –, esalta un concetto fondamentale: quello del saper fare. Per anni abbiamo incentivato la dicotomia tra il sapere e il fare: si andava a scuola e non si lavorava; oppure si lavorava, ma non si andava più a scuola.

Lavoro e studio devono alternarsi . Dobbiamo celermente eguagliare il primato tedesco in questo settore dove un sesto degli studenti è anche lavoratore. Da questo punto di vista dobbiamo copiare ciò che funziona, con umiltà. Qui ritorna l'idea di fondo: dobbiamo ridare reputazione al saper fare».

Quando ricordiamo che, nell'ultimo decennio, la stampa è stata poco presente nel documentare e ancor meno nel rendere onore agli artigiani e ai piccoli imprenditori che si sono tolti la vita, o che sono morti per il dispiacere di non poter fare fronte ai propri impegni con il fisco o con i dipendenti, causa, sì, una devastante crisi economica, ma anche aggravata da un sistema creditizio sordo alle loro richieste , il Segretario generale taglia corto intuendo dove la nostra domanda andrebbe a parare.

«Le banche, gravate dal peso dei Npl (non-performing loans), in pratica i crediti non esigibili», interviene, «non hanno potuto/saputo/voluto erogare crediti e purtroppo a molti piccoli operatori economici e a tante famiglie è mancato anche quel poco che sarebbe bastato ad evitare il collasso. In piena crisi, poi, il Governo ha pensato bene di mettere mano alle banche del territorio spingendole verso accorpamenti per facilitare la nascita di grandi gruppi».

In pratica Renzi e compagni hanno tagliato le gambe agli artigiani e alle piccole imprese che, si sa, in banca non vanno certo a chiedere finanziamenti di milioni, ma di qualche decina di migliaia di euro, lo interrompiamo.

«È così. Mentre un Paese considerato guida dell'Europa, come la Germania, ha praticamente mantenuto integro quello che mi piace definire il sistema di biodiversità delle banche, cioè grandi gruppi accanto a piccoli istituti territoriali, noi ci siamo preoccupati di smantellarlo», precisa Fumagalli che insiste. «Le dirò di più. Una decina di anni fa, invitato negli Stati Uniti per approfondire i temi dell'economia con diverse autorità, federali e locali, mi sorpresi non poco venendo a sapere che là operava un sistema di credito cooperativo forte di oltre 5.000, sì, cinquemila, banche; un'eccellente e invidiabile esempio di sistema di biodiversità bancaria ».

Dottor Fumagalli, con la stessa chiarezza con cui ci ha illustrato il suo pensiero in una materia cruciale per il benessere del nostro Paese, il lavoro, ci dica qual è la sua opinione sull'imminente futuro politico dell'Italia.

«Temo che dalle prossime elezioni sarà difficile che uno dei tre soggetti in campo possa prevalere. Occorrerà una buona dose di realismo per comporre una compagine governativa capace di affrontare il rilancio del Paese. Sarà necessario un forte senso di responsabilità e un annichilimento degli egoismi.

Nel 2018 la Presidenza della Repubblica avrà un ruolo impegnativo e decisivo. Sono altresì convinto che nel prossimo triennio 2018-2020, molte cose cambieranno in Italia sia sotto il profilo economico, sia politico».

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