Como, 11 gennaio 2018   |  

Gianfranco Miglio, l'anticonformista sui treni delle Nord

di Martino Ghilotti

A cento anni dalla nascita un suo studente ricorda il rigoroso studioso della politica e l'idea positiva che egli aveva dei valori della montagna

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Non sappiamo quanto il prof. Gianfranco Miglio (Como 11 Gennaio 1918 - Como 10 Agosto 2001) avrebbe apprezzato la proposta di riforma costituzionale bocciata al referendum del 4 Dicembre 2016.

Difficilmente avrebbe però potuto condividere l’affrettato e poco curato lavoro preparatorio. Lui che su un progetto di riforma costituzionale aveva lavorato dall’estate del 1980 a quella del 1983, unitamente ad altri quattro accademici, raccogliendo le conclusioni sulle riforme possibili in due tomi editi da Giuffrè.

Era il rigore dello studioso che distingueva l’opera dell’accademico, conosciuto, purtroppo, più come “ideologo della Lega” per una breve stagione trascorsa in quel partito, che come studioso rigoroso delle dinamiche della politica e della strumentazione amministrativa dello Stato che, lezione dopo lezione, spiegava a noi giovani studenti di Scienza della Politica all’Università Cattolica, nella calda stagione del ’68.

Mai perdemmo una lezione di quel professore che, proveniente con i treni delle Nord dalla sua Como, si presentava in aula puntuale, altero e distaccato, con quel suo papillon che lo faceva tanto gentiluomo d’altri tempi.

Anche gli studenti più turbolenti soffrivano quel suo fare che incuteva rispetto, che nulla concedeva alla contestazione imperante, tanto da riportare a più miti consigli quegli ardimentosi che, introdottisi nella sua aula per interrompere la lezione, si sentirono intimare l’esibizione dei documenti personali per poter procedere contro chi osava interrompere un pubblico servizio. Miglio era così.

Un decisore, come avrebbe voluto che fosse chi aveva responsabilità di Governo, essendo già allora evidenti i mali che segnavano la politica italiana malata di consociativismo e di scarsa capacità decisionale, con un esecutivo prigioniero di un Parlamento bicamerale, inutilmente paritario, succube dei gruppi parlamentari e delle segreterie dei partiti.

Era implacabile nel denunciare nelle sue lezioni le dinamiche politiche che da sempre muovono il rapporto eletti ed elettori cementato dalla “rendita politica”, cioè dal tornaconto, di qualsiasi natura esso sia (posto di lavoro, raccomandazione, licenza ecc.) che l’elettore potrà avere per sé.

La sintesi di tutti i mali che già cinquanta anni fa denunciava come connotanti la politica italiana a tutti i livelli, già allora stigmatizzava la pessima scrittura delle leggi, li troviamo raccolti in un agile volume del 1983, "Una repubblica migliore per gli italiani", in cui oltre a raccogliere tanti dei concetti che ci aveva spiegato nei corsi universitari, troviamo una sintesi delle conclusioni a cui era giunto il gruppo di lavoro per la riforma costituzionale.

Avesse letto questo contributo, Matteo Renzi avrebbe appreso una lezione che gli avrebbe evitato la cocente sconfitta referendaria patita. Perché nelle votazioni referendarie “gli elettori si sentono relativamente liberi dai vincoli clientelari ed ideologici e votano anziché obbedendo ai partiti (cioè alla classe politica) ascoltando la classe dirigente”, cioè quell’insieme di intellettuali, professionisti, operatori economici, dirigenti, impiegati, operai artigiani e tutti coloro che concorrono a formare l’opinione pubblica che diventa “volontà del popolo” , la realtà concreta che vive sotto la “finzione della sovranità popolare”.

Era proprio del Miglio, scienziato della politica, mettere a nudo con il suo realismo, che a volte sfiorava il cinismo, tutte le dinamiche di potere troppe volte ammantate di immeritati idealismi. Ci piace però ricordare il “nostro professore” con qualcosa che, solo all’apparenza, si discosta dal ritratto che ne abbiamo fatto.

Sono le conclusione a cui perveniva in un suo libro “Ricominciare dalla montagna”, frutto di un corso per amministratori valtellinesi, da cui traspare anche il forte legame con la sua terra. Quante volte ricordava la sua Domaso e orgogliosamente il suo vino Domasino.

Riferendosi alle sue montagne così scriveva :“In un Paese tragicamente dissestato, dove la capacità di assumere e mantenere impegni sembra perduta a tutti i livelli, queste isole di spontaneo equilibrio e di pacato realismo, sembrano costituire una riserva estrema di speranza. Se mai torneremo a costituire una società civile, nel senso più elementare della parola, questo accadrà forse perché si ripartirà da qui, si ricomincerà dalla montagna e a riordinare un tessuto di relazioni tra le persone il quale tenga conto delle cose come sono, e non come sarebbe bello che fossero”.

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