09 dicembre 2015   |  

Gianni Sandrè, Mister Mille Panchine: “Vi racconto il mio calcio”

di Pietro Fossati

Intervista a 360 gradi all'ex allenatore di Lipomo, Tavernerio e Bregnano, ospite fisso di Telelombardia e Antenna 3.

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L'identikit è quello di un interista purosangue, allenatore veterano delle categorie dilettantistiche, gestore di un'enoteca a Seregno e volto ormai noto delle reti Mediapason, dove si è conquistato l'appellativo di "Mister Mille Panchine". Non è tipo da giri di parole Gianni Sandrè, nato in Veneto ma adottato calcisticamente dalla Provincia di Como, con cui ha ottenuto le sue più grandi soddisfazioni nella carriera di allenatore. Umile, ironico, sempre e comunque schietto, il direttore Fabio Ravezzani ne ha fatto un personaggio immancabile delle trasmissioni di Telelombardia e Antenna 3, dove Sandrè riesce a portare il suo calcio, che "è una cosa semplice" a tutti i livelli. "Ghe mancaria che non ci diamo del 'tu'" è il preludio di una conversazione in cui spaziamo dal Lora Lipomo all'Inter di Mancini così, senza bisogno di cambiare registro né di approcciarsi con occhi diversi.

Mister, nasci in Veneto ma sei molto legato a Como. Perché?

Ho allenato il Lora Lipomo, il Tavernerio e la Bregnanese. Ho vinto qualcosa anche in Provincia di Milano, ma a Como è dove sono riuscito a fare meglio come allenatore. Mi piace la mentalità dei comaschi.

Quale mentalità?

Molto concreta, che bada al sodo, senza creare falsi miti di spettacolo o altro. Bisogna essere chiari: il dilettantismo non è il professionismo. Ci si allena due o tre volte alla settimana e non ci si può comportare da professionisti, altrimenti si è dei montati. Ti faccio un esempio: una volta ai miei giocatori dicevo che, se avessimo vinto 3-0, il martedì saremmo andati a mangiarci una pizza al posto dell'allenamento. Penso che il calcio vada preso così ai nostri livelli.

Un calcio in cui la componente tattica è meno influente di quella emotiva e psicologica?

In proporzione l'aspetto psicologico conta l'80%, la tattica il 20%. Il calcio è una cosa semplice, a tutti i livelli: bisogna saper occupare gli spazi che concedono gli avversari. Se hai giocatori buoni vinci le partite; la tattica ti viene in soccorso soprattutto quando hai dei valori inferiori rispetto agli avversari.

Valori che non stanno bastando al Como per ottenere risultati in serie B: come lo vedi?

Non è una situazione semplice, perché il Como non è di quelle squadre che sono riuscite a continuare il proprio percorso dalla Lega Pro alla B, magari lottando per la serie A. Quello che mi lascia perplesso è che un allenatore come Sabatini, che conosce bene le categorie, non sia riuscito ad ottenere risultati. Era giusto cambiare perché serviva una scossa, però è dura. Scuffet viene dalla serie A e il gruppo è giovane: l'importante è raggiungere i playout e, a quel punto, la condizione fisica potrebbe fare la differenza.

Segui il cacio a tutti i livelli. Ci racconti come è nata la tua esperienza con Mediapason, in un mondo che ti era estraneo fino a poco tempo fa?

È nata per caso. Un mio ex giocatore mi ha segnalato a Gianluca Rossi per una trasmissione di agosto, in cui molti opinionisti erano in vacanza. Io ero in città perché il negozio era aperto e così sono andato in trasmissione: da lì non me ne sono mai andato.

Qual è il clima della trasmissione? L'impressione è che vi arrabbiate e al tempo stesso vi divertiate molto.

Il clima è quello che si vede a casa. Nessuno mi ha mai suggerito, né tanto meno imposto, qualcosa da dire: il conduttore sceglie un argomento e spiego quello che penso. Mi arrabbio per davvero e mi diverto per davvero, non c'è nulla di diverso da ciò che si vede.

Quindi si può ancora parlare di calcio con il sorriso, nonostante tutti gli interessi in gioco.

A volte si dipinge un mondo peggiore di quello che è. Posso assicurare che sono a contatto con professionisti veri ma, al di là delle discussioni per questioni di tifo, si tratta di brave persone a livello umano. Io sono sempre lo stesso e nessuno mi ha mai chiesto di essere diverso da ciò che sono. Ovviamente i giornalisti sono professionisti nel loro settore, io nel mio.

Il tuo settore che, oltre alla panchina, è quello del vino. Facciamo un gioco: per un giocatore scegli un vino, a partire da Icardi.

Icardi è un Cabernet. Un buon vino ma nella media, come ce ne sono molti altri.

Balotelli?

Lui è quella classica uva che potrebbe diventare un vino pregiato ma non ha trovato terreno fertile.

Dybala?

Sicuramente un uva di pregio, ma è ancora presto per dire che vino diventerà. Il talento c'è, ma ho visto anche giocatori come Recoba, per dirne uno: aspettiamo ancora un po'.

Per chiudere, non puoi esimerti dal pronostico per la vittoria del Campionato.

Io dico Inter, ma non perché è la mia squadra del cuore. A Roma e Napoli mi sembra si alzi troppo la pressione, nel bene e nel male, mentre la Juventus rientrerà ma sono convinto che alla fine la spunterà l'Inter.

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