Como, 04 settembre 2020   |  

Gorizia Settembre 1943, una storia poco conosciuta

A Gorizia cosa avvenne e che atmosfera si era creata dopo il fatidico 8 Settembre 1943?

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Crediti Benschel - Bundesarchiv - Bild

di Claudio Giraldi "Ma in sostanza signor colonnello, noi ora, cosa dobbiamo fare?". E' questa domanda che l'8 settembre del 1943 un soldato italiano pone al suo superiore, all’annuncio dell’infausto armistizio, manifestando tutta l'angoscia e tutto lo smarrimento che si diffondono nell'esercito che si sfascia, ma anche nella popolazione che assiste attonita alla tragedia più spaventosa di tutta la storia dell'Italia unita.

A Gorizia cosa avvenne e che atmosfera si era creata dopo il fatidico 8 Settembre 1943? Si può dire che si erano manifestati due atteggiamenti contrapposti. Da un lato gli italiani che esprimevano un sentimento di grande frustrazione e preoccupazione per il crollo del paese, della Patria e per la paura di un futuro gravido di cupi presagi. Dall’altro gli slavi-titini, galvanizzati dalla prospettiva della concretizzazione di un progetto che sembrava ormai a portata di mano, dopo la proclamazione, da parte del governo clandestino sloveno e jugoslavo, dell’annessione alla Jugoslavia di Gorizia e di tutto l’Isontino.

Per i primi due giorni seguenti all’armistizio, Gorizia visse momenti di grande incertezza e confusione. I reparti militari dislocati sul territorio, per quanto si percepisse l’inizio dello sfaldamento, rimasero complessivamente al loro posto. Nella notte fra il 9 e 10 settembre diverse volte era stato dato l'ordine di attaccare i reparti tedeschi, ordine poi sospeso. E' il giorno 10 che l'apparato militare, si incrina e cede completamente, sia nella valle del Vipacco che a Gorizia e che vede la città attraversata da un fiume di militari in fuga dalla Slovenia, era un drammatico “Tutti a casa”.

Ormai l’intera nazione è in preda ad uno sbandamento e ad un degrado materiale e morale di fronte ai quali i passati drammi nazionali come la sconfitta di Caporetto, impallidiscono.

Anche a Gorizia la situazione appare estremamente confusa, resa ancora più complessa da un fattore specifico e di essa peculiare, che si manifesta puntualmente ogniqualvolta la storia della città volta pagina, cioè la pressione, alle sue porte, dell'elemento slavo, nella fattispecie di quello slavo-comunista sotto forma di formazioni militari partigiane già consistenti e organizzate, le quali avevano fatto capolino in città addirittura il 25 luglio precedente, giorno della caduta del fascismo.

I tedeschi, che avevano subodorato la defezione dell'alleato, entrano in Italia a fine agosto da Tarvisio con un Reggimento della 7l° Divisione di fanteria comandato dal col. Krancke, attestandosi a Moggio. Le formazioni di Tito, già il 3 settembre addirittura, conoscono la data precisa dell'armistizio, probabilmente informate da una delle numerose missioni alleate presenti nelle file della resistenza jugoslava. Ci troviamo pertanto di fronte ad una situazione paradossale per cui i nostri avversari prevedono o conoscono l'evolversi degli avvenimenti, mentre i comandi italiani ne sono completamente all'oscuro.

Nella zona di Gorizia il Regio Esercito dispone di 54 mila uomini, la Divisione "Julia", la Divisione "Torino" e l'82° Reggimento di Fanteria in città, e il 9° Alpini a Tolmino. Uno schieramento massiccio, quindi, e più che sufficiente, se non fossero sopravvenuti il crollo e la sindrome del "tutti a casa", ad arginare non solo gli attacchi tedeschi, ma anche quelli dei reparti di Tito (come precisato nel proclama armistiziale di Badoglio che le forze armate regie "...reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza"?).

Il giorno 9 i tedeschi del 171° Reggimento Artiglieria del col. Scharenberg giungono a Salcano, ma lì segnano il passo fino al giorno 11 di fronte alla feroce resistenza della Divisione "Torino". Intanto formazioni partigiane jugoslave prendono possesso dei quartieri di Vertoiba, di San Pietro e di Sant'Andrea. In città già dalla sera dell'8 settembre ha inizio, come del resto in tutte le città italiane, il saccheggio di caserme e di depositi militari. In un caos indescrivibile la gente dà l'assalto alla caserma del Fante in via Duca d'Aosta sottraendo viveri e vestiario, mentre partigiani sloveni prelevano armi e munizioni che in alcune caserme gli stessi militari stanno abbandonando.

Il mattino del giorno 10 una folla composta da molte donne e bambini, proveniente dalle frazioni attorno a Gorizia, sventolando bandiere con la stella rossa, giunge in città e ascolta i discorsi, in sloveno e in italiano, che alcuni capi partigiani slavi pronunciano dal balcone del Municipio, e nel pomeriggio gli stessi partigiani ottengono dal presidio militare il permesso di tenere un comizio in Piazza della Vittoria che verrà interrotto dal coraggioso gesto di un ufficiale dell'Aeronautica che strappa una bandiera jugoslava issata sulla fontana del Pacassi.

Si forma allora un corteo, nel quale si notano molte donne in costume, che salutando con il pugno chiuso, percorre le vie cittadine. Gli studenti delle scuole superiori, di rimando, organizzano un loro corteo intonando l'Inno di Mameli e si incrociano all'altezza del caffè Teatro con i dimostranti slavi, ma senza scontrarsi. Lo stesso giorno 10 i partigiani ottengono dal comando di presidio la scarcerazione di tutti i prigionieri politici e militari a Gorizia e a Gradisca e dalle carceri "sussidiarie" di Sdraussina e Castagnevizza. Sono circa duemila, in prevalenza sloveni. Sfilano anch'essi per la città festeggiati dai dimostranti.

I tedeschi si trovano ormai nei sobborghi settentrionali di Gorizia, ma non dispongono di forze sufficienti per debellare la resistenza partigiana, considerata in quel momento il problema maggiore. Uno scontro durissimo, che dura sette ore, si svolge nella zona di Valdirose con i mortai titini che sparano dal San Marco mentre i tedeschi rispondono dal Castello.

La sera del giorno 11 i tedeschi occupano le stazioni Centrale e Montesanto e vi sistemano un piccolo reparto del genio ferrovieri. Sia i tedeschi che i partigiani slavi parlamentano con il generale Malaguti comandante della Divisione Torino per indurlo a schierarsi dall'una o dall'altra parte: i primi lo fanno con il col. Scharenberg, i secondi tramite il cap. William Jones, membro di una missione alleata presso l'armata di Tito. Il gen. Malaguti tergiversa: quando poi sembra decidere, è troppo tardi, poiché i soldati hanno già abbandonato le caserme. Emerge qui una delle vicende più amare di quelle infelici giornate. Migliaia di soldati laceri e affamati si riversano e si disperdono per la città cercando abiti civili e chiedendo la direzione per tornare alle loro case. I tedeschi li insultano e li malmenano per le strade e li radunano nel campo Baiamonti, nel centro del quale si forma in breve un'enorme catasta di armi. Dalle tribune, un altoparlante diffonde le note di un valzer di Strauss. I tedeschi che sorvegliano i prigionieri sono pochissimi, molti giovanissimi, con le loro divise estive dai calzoni corti.

La notte dell'11 Settembre i partigiani slavi occupano la Stazione centrale e organizzano la resistenza; qui i tedeschi, ai quali si è affiancata l'88° compagnia controcarro dell'8° alpini che il generale Zannini, comandante del XXIV Corpo d'Armata, ha pensato bene di mandare da Udine a dare man forte ai tedeschi che, "solo a Gorizia subiscono una battuta d'arresto". Inizia quella che verrà chiamata la "Battaglia di Gorizia". Circa duemila uomini, in gran parte provenienti dai cantieri di Monfalcone, formano la "Brigata proletaria", uomini che, "assumono veste di protagonisti", occupando una posizione di primo piano e che ritroveremo anni dopo nel famoso “controesodo dei Monfalconesi” ma questa è un’altra storia.

L'importanza della "Battaglia di Gorizia' viene rimarcata e addirittura enfatizzata proprio dai comandi tedeschi e dai bollettini del Quartier Generale del Fuhrer che, rilevata l'attività, nelle zone ad oriente di Gorizia di "ribelli sloveni insieme con gruppi di comunisti italiani", ne segnalano le inverosimili perdite di "oltre mille morti e migliaia di prigionieri". Un rapporto della Questura repubblichina di Gorizia inviato al Ministro dell'Interno nell'aprile 1944 segnala che dopo il 10 settembre, contro i partigiani che "hanno occupato, sebbene con forze modeste, tutta la provincia non escluse, Gorizia e le località friulane, le truppe germaniche hanno dovuto affrontare un problema di ordine militare e non di polizia". Il rapporto aggiunge che. "...solamente l'uso di mezzi bellici preponderanti quali artiglierie, l'aviazione e i carri armati è valso a far sgomberare i ribelli dal capoluogo e da altri comuni nonché dalle vie di comunicazione di maggiore importanza"

Alla Stazione centrale di Gorizia la mattina del giorno 12 si contano i primi caduti italiani della Resistenza. La "Battaglia di Gorizia" e l'apporto italiano assumono un significato simbolico, politico e civile straordinario, meritevole di ulteriori riflessioni intorno alla sua natura a metà strada tra sollevazione spontanea e i prodromi di una lotta ideologicamente e militarmente organizzata.

Nel tardo pomeriggio de 12 Settembre i tedeschi entrano in forze a Gorizia dove, secondo autorevoli testimonianze, "una notevole folla di cittadini si era raccolta per salutare con fiori, bandiere e battimani l'arrivo delle truppe germaniche". Vale la pena di sottolineare, a conferma delle contraddizioni del momento, che si tratta di quelle stesse truppe contro le quali appena qualche ora prima partigiani italiani della Brigata Proletaria, si erano battuti nello scontro alla stazione Centrale (e le stesse truppe che con molta diligenza deporteranno tutta la comunità ebraica di Gorizia il 23 novembre successivo). Il grosso delle truppe tedesche era stato preceduto da un carro armato che si era fermato davanti al caffè Garibaldi. I carristi erano scesi ed erano entrati nel caffè dove, come viene ricordato, hanno ordinato una bottiglia di cognac "attorniati e complimentati dalla gente".

Le testimonianze di una accoglienza favorevole della cittadinanza sono numerose; perfino dai diari di un commissario della brigata partigiana "Garibardi-Natisone", verrà riconosciuto che "..non solo i grandi padroni accolgono con entusiasmo le truppe germaniche, ma tutta la piccola borghesia cittadina fece un'accoglienza festosa ai nazisti perché si pensava che avrebbero portato l'ordine e la legge". E si puntualizza: 'Nella loro mente (dei Goriziani), confusa e smarrita nel caos che regnava sovrano da tre giorni e soprattutto dal terrore che la città venisse occupata dagli slavi ...s'era profilata la speranza che i tedeschi avessero riportato l'ordine e tutelata e difesa l'italianità di Gorizia".

Nei giorni successivi, tenuto conto della composizione sociale della città e della situazione politico-militare incredibilmente complessa e infausta, bisogna riconoscere che si tratta di atteggiamenti che appaiono comprensibili. Sta di fatto che i tedeschi non tuteleranno per niente l'italianità di Gorizia, anzi faranno di tutto per soffocarla. I valori e i sentimenti di italianità della città non furono mai così mortificati come nel settembre '43 e nei mesi successivi. Gorizia "già avamposto orgoglioso della nazione", ora si vede da essa abbandonata e minacciata da due eserciti stranieri. La successiva amministrazione germanica del Litorale Adriatico privilegerà la componente economico-amministrativa legata alla tradizione asburgica, e anche quella minoritaria degli sloveni, che riapriranno i loro circoli e le loro scuole. Ai posti di responsabilità verranno chiamati ex ufficiali dell'esercito Austro-Ungarico, come il conte Marino Pace che diventerà Prefetto della provincia.

Davanti a questi fatti e durante questo tormentato periodo l'atteggiamento "politico" della città rivela una pressoché totale estraneità. Latita in particolare la presenza di un organismo militare e politico cittadino. Il CLN, che si era fatto vivo il 2 settembre con un esposto al Prefetto tendente a vedere ristabilite in città le libertà democratiche, è poi completamente assente per tutto il travagliato mese di settembre, cosi come durante la Battaglia di Gorizia. Si scriverà che "In Gorizia non esisteva una formazione armata partigiana italiana organicamente riconoscibile". Il rapporto della Questura di Gorizia, dall'aprile del '44, già citato, preciserà che "di gruppi partigiani facenti capo al comitato di liberazione nazionale non si ha qui sentore di esistenza". Infatti, contrariamente a quanto avvenuto nel resto d'Italia, nell’autunno del 1943 i partigiani comunisti giuliani abbandonarono ogni forma di collaborazione con il CLN e si schierarono senza indugi con i partigiani slavi, combattendo sul nostro territorio non già per liberare l’Italia da un regime, bensì per asservirla ad un altro, quello comunista dell’allora maresciallo Tito, il quale voleva occupare l’intera regione sino a tutta la cosiddetta “Slavia veneta”, ovvero sino al fiume Tagliamento.

In uno scenario così convulso e disperato si avverte il bisogno di cogliere un segno di normalità nello scorrere della vita quotidiana della città. I giornali ricompaiono con le cronache locali soltanto il 20 settembre e, accanto alla notizia che nella serata del 12 una colonna di SS germaniche è entrata a Gorizia "attraverso i due corsi imbandierati" avvertono che il servizio di autobus funziona regolarmente e anche quello ferroviario "tranne quello per Trieste".

Si constatò cosi che: "Trascorsi alcuni giorni, in città ritornò la quiete. La gente usciva dalle case per la passeggiata lungo il corso. Coprifuoco o no rincasava alle ore nove. Questa, dei goriziani, era una vecchia abitudine. Il settimanale della Curia Isontina "L'Idea del Popolo" pubblica il suo ultimo numero il 12 settembre con la cronaca delle funzioni religiose svoltesi proprio l'8 Settembre, ricorrenza della Natività di Maria Vergine, nel Santuario di Montesanto. Vi hanno partecipato tremila fedeli, di cui mille ottocento hanno ricevuto la Santa Comunione.

"L'Idea del Popolo" pubblica il proclama armistiziale di Badoglio, ma non rinuncia a richiamare i fedeli all'osservanza dei principi della morale cristiana, fra i quali quello della modestia nel contegno e nel vestire. Quasi accanto al testo del comunicato del maresciallo Badoglio appare il seguente appello: "Signorine! Signorine! Andando a quel modo in bicicletta, sedendo a quel modo in luogo pubblico, date scandalo! Sarete responsabili di tanti e tanti peccati! Pensateci e pensate anche alla vostra anima!". Un segno di normalità, almeno questo.

Per molti ancora, la battaglia di Gorizia fu un episodio che interessò i "comunisti" (gli operai di Monfalcone) ed i "titini", quindi estraneo alla città di Gorizia e ai suoi sentimenti. Fu invece un episodio ben più complesso per la durata, la vastità del teatro e le forze in campo. Gli episodi "goriziani" della battaglia si inserirono infatti in un teatro esteso e complesso e le forze in campo furono, oltre ai 1.500 operai cantierini inquadrati nella "Brigata Proletaria" e ad alcuni raggruppamenti di partigiani sloveni, gli alpini della "Julia" comandata dal gen. Enrico Testi, la Guardia alla Frontiera e la divisione di fanteria "Torino" comandata dal gen. Bruno Malaguti.

Una battaglia che, per durata, vastità e forze in campo, non avrà uguali per tutto il resto del conflitto. Sarà, in uno scenario non ancora ben definito, il segnale d’inizio di una “guerra civile” destinata a durare fino all’Aprile ’45 e oltre e che in queste terre martoriate conoscerà livelli di inaudita violenza e drammaticità.

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