Como, 25 agosto 2020   |  

La sesta battaglia dell’Isonzo e la conquista di Gorizia

La presa di Gorizia era un obiettivo accarezzato da tempo e che sembrava anche di facile portata.

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Gorizia devastata dalla guerra - crediti collezione Casato

di Claudio Giraldi Il 17 Agosto 1916 si concludeva la battaglia che aveva portato dopo oltre un anno di duri combattimenti alla conquista di Gorizia. Si trattava della sesta delle dodici battaglie dell’Isonzo, ed ebbe inizio il 4 Agosto 1916.

La precedente quinta battaglia si era spenta in pochi giorni, a causa soprattutto delle condizioni climatiche sfavorevoli. Dopodiché tra i due eserciti era tornata una relativa calma. Tuttavia alla vigilia della sesta battaglia il morale delle truppe italiane era alto. In maggio gli austro-ungarici avevano spostato il fulcro delle operazioni dal Carso al Trentino, lanciando una controffensiva passata alla storia come Strafexpedition, “spedizione punitiva”.

L’offensiva sugli altipiani vicentini costrinse Cadorna a spostare mezzo milione di soldati, sguarnendo il fronte Isontino, ma questo consentì di fermare l’offensiva imperiale, ma anche questa volta con elevatissime perdite umane. Gli italiani dovettero lamentare 147.730 perdite (15.453 morti, 76.642 feriti e 55.635 fra prigionieri e dispersi), mentre gli austro-ungarici ebbero 82.815 perdite (10.203 morti, 45.651 feriti, 26.961 fra prigionieri e dispersi.

Il fallimento della Strafexpedition austro-ungarica rialzò il morale degli italiani ma sul finire del mese successivo accadde un fatto tragico e rilevante. Il 29 Giugno del 1916, gli austro-ungarici sferrarono per la prima volta un attacco con i gas. Colti di sorpresa nel sonno, nelle trincee del Monte San Michele, morirono 2700 fanti italiani e altri 5000 rimasero gravemente intossicati. I soldati italiani dell’XI Corpo d’Armata del generale Giorgio Cigliana riuscirono comunque a fermare il nemico, rimediando a ciò che sembrava ormai irrimediabile.

L’uso di un arma così ignobile effettuata dagli eserciti imperiali, unito al fatto che durante la stessa venne fatto grande uso di mazze ferrate per finire i soldati italiani intossicati, aveva notevolmente aumentato la volontà di combattimento e l’odio dei nostri soldati verso gli austro-ungarici.

Non appena cessato il pericolo della Strafexpedition, il generale Luigi Cadorna tornò alla sua strategia dominante, l’avanzata verso Trieste. Il Capo di stato maggiore aveva bisogno di una vittoria e l’improvviso spostamento di forze, che la Russia aveva imposto all’Austria-Ungheria, convinse Cadorna che era giunto il momento di fare il gran balzo su Gorizia. Per conquistare la città, Cadorna aveva bisogno di attivare con rapidità due distinte operazioni: il veloce dispiegamento della massa di soldati e materiali trasferiti nel Veneto per fronteggiare il pericolo proveniente dagli altipiani e organizzare il nuovo dispositivo contro la formidabile piazzaforte austriaca al di là dell’Isonzo.

Nel Veneto occidentale non era disponibile una rete ferroviaria estesa come quella che serviva la parte orientale, ma la buona rete stradale permise al comandante italiano di mettere in piedi una serie di convogli su autocarri. I movimenti cominciarono il 20 Luglio, e una sterminata serie di colonne e colonne di camion Fiat pieni di giovani soldati si susseguì sulle strade sterrate verso l’altopiano Isontino.

In breve la Seconda e la Terza armata ricevettero uomini, bombarde, batterie, munizioni e rifornimenti di vario genere. Ai primi di agosto il dispiegamento era completato. Cadorna sapeva che il fattore tempo poteva significare la sconfitta o la vittoria. L’Austria aveva respinto il nemico sul fronte russo e rumeno, ma era ben lontana dalla possibilità strategica e logistica di trasferire nuovamente centinaia di migliaia di soldati sul fronte adriatico.

Alle 10 di mattina del 4 Agosto le artiglierie di due corpi d’armata aprirono il fuoco contemporaneamente sulle linee austriache e continuarono fino alle 4 del pomeriggio, era l’inizio della “Sesta battaglia dell’Isonzo”. Secondo le disposizioni del Comando supremo, la battaglia si accese sulla destra della III Armata, per attrarre l’attenzione delle forze di Boroevich (Comandante austriaco del fronte dell'Isonzo) e distoglierlo dalla difesa di Gorizia.

Stavolta il fuoco italiano fu rapido e preciso, raggiungendo un’intensità mai sperimentata prima. La valanga ininterrotta di ferro e fuoco si riversò senza tregua sulle trincee nemiche di Selz, Monte Cosich e davanti all’abitato di Monfalcone, la cui collina prese poi il triste nome di Quota Pelata. Il 6 agosto verso le ore 7, ebbe inizio il tiro delle artiglierie italiane sull’obbiettivo principale della battaglia, Tolmino. Per conquistare Gorizia si doveva conquistare il Sabotino e qui entra in gioco l’allora tenente colonnello Pietro Badoglio.

Prima della battaglia, egl,i su autorizzazione dello stesso Cadorna, aveva fatto costruire a ridosso del Sabotino un dedalo di gallerie scavate nella roccia quasi a contatto delle posizioni nemiche. In pratica aveva costruito una vera e propria fortezza d’assalto, come venne chiamata all’epoca. Quando fu il momento, Badoglio con cinque battaglioni passò all’azione riuscendo ad espugnarne la vetta e a sorpassarla scendendo sulla sponda destra dell’Isonzo.

Sul basso Sabotino, invece, gli austriaci resistettero agli sforzi di un’altra colonna italiana, comandata dal generale Gagliani, il quale rimase ferito e dovette cedere il comando al generale De Bono. La quota 188 e la sommità del vicino Podgora rimasero in mano austriache. Oslavia e la sommità del Calvario (q. 184) invece vennero raggiunte e sorpassate dagli italiani.
Il 6 agosto 1916, perse la vita anche un personaggio destinato a entrare nella storia: Enrico Toti, il bersagliere senza una gamba. Destinato inizialmente alla brigata Acqui, riuscì a farsi trasferire al battaglione bersaglieri ciclisti del terzo reggimento. In aprile gli stessi bersaglieri, presso i quali si era trovato a combattere, lo proclamarono uno di loro e lo stesso comandante, il maggiore Rizzini, gli consegnò l’elmetto piumato da bersagliere e le stellette.

Nonostante la menomazione partecipò a varie azioni militari e durante la battaglia di Gorizia, compì quella per cui divenne famoso. Rimasto in una trincea sguarnita nei dintorni di Monfalcone, più volte ferito, continuò a combattere nonostante fosse stato colpito dai proiettili austriaci e morì incitando i suoi compagni all’assalto di Quota 85 a est di Monfalcone.

Il suo gesto fu immortalato nella stampa dell’epoca (leggendaria divenne la copertina della Domenica del Corriere illustrata da Achille Beltrame che mostrava Toti in piedi tra le sue truppe nell’atto di scagliare la propria stampella verso le truppe austriache prima di morire) e assurse a simbolo dell’eroismo e del senso di abnegazione del militare italiano.
Il re Vittorio Emanuele III, con motu proprio, il 4 dicembre dello stesso 1916 gli conferì la medaglia d’oro al valor militare, “perché ne sia tramandato il ricordo glorioso ed eroico alle generazioni future”, con la seguente motivazione: “Volontario, quantunque privo della gamba sinistra, dopo aver reso importanti servizi nei fatti d’arme dell’aprile a quota 70 (est di Selz), il 6 agosto, nel combattimento che condusse all’occupazione di quota 85 (est di Monfalcone) lanciavasi arditamente sulla trincea nemica, continuando a combattere con ardore, quantunque già due volte ferito. Colpito a morte da un terzo proiettile, con esaltazione eroica lanciava al nemico la gruccia e spirava baciando il piumetto, con stoicismo degno di quell’anima altamente italiana”. Monfalcone,6 Agosto 1916.”

Nella notte del 7 Agosto gli austro-ungarici attaccarono violentemente le nostre posizioni ottenendo qualche vantaggio ad Oslavia e al Graffemberg per poi venir respinti sia sul Sabotino che sul Calvario. Il mattino del 7 Agosto grazie all’afflusso di notevoli rinforzi gli austro-ungarici passarono al contrattacco, l’operazione però fallì e l’esercito italiano conquistò la Quota 188 e il Dosso del Bosniaco e le trincee della Valle Piumizza, alle pendici a sud del Sabotino.

In serata si registrarono forti resistenze austro-ungariche ancora sul Podgora, ma la notte stessa, il Comando austro-ungarico ordinò la ritirata sulla sponda sinistra dell’Isonzo. Con la conquista del Monte Sabotino a nord-est e del Monte San Michele a sud-ovest, la forte linea difensiva austro-ungarica nei pressi di Gorizia crollò rapidamente, la via per la città era ormai aperta. Il Monte Calvario, considerato per oltre un anno come una roccaforte inespugnabile da parte dei soldati italiani, cadde la notte tra il 7 e l’8 Agosto. I contrattacchi austriaci non cambiarono le sorti di questa battaglia.

Sulla riva destra dell’Isonzo, si trovava solo un reggimento croato agli ordini del generale Zeidler che ordinò la ritirata ad est della città la mattina dell’8 agosto. Gorizia così rimase priva di difese (ad eccezione di pochi uomini che presidiavano con una mitragliatrice l’unico ponte rimasto ancora sull’Isonzo) e i primi plotoni della Brigata Pavia cominciarono a raggiungere la riva sinistra del fiume.

In quello stesso 8 Agosto 1916 un giovane sottoufficiale del 28º fanteria Pavia, Aurelio Baruzzi, sottotenente di complemento, già decorato di medaglia di bronzo al valor militare per il suo comportamento durante la Seconda battaglia dell’Isonzo, compì, insieme a quattro uomini l’attraversata a nuoto dell’Isonzo per poi raggiungere Gorizia, portando con sé una bandiera italiana. Raggiunta Gorizia, Baruzzi issò la bandiera italiana nei pressi della stazione ferroviaria decretando con quel gesto la conquista della città da parte dell’esercito italiano.

La presa di Gorizia rappresentava la prima tangibile vittoria dopo quasi 15 mesi di sanguinosa guerra. Mai come allora l’esercito austro-ungarico sembrava in difficoltà: il Comando Supremo, entusiasta per la vittoria, ordinò di continuare l’attacco per raggiungere anche la seconda linea difensiva alle spalle della città. Ma Borojevic, sapendo che non sarebbe riuscito a mantenere la città Isontina, aveva già ordinato la ritirata più ad est, su una vallata in direzione nord-sud chiamata Vallone. Furono così abbandonate posizioni importanti del Carso occidentale come il Monte Sei Busi, la zona di Doberdò del Lago ed il Monte Cosich, a nord di Monfalcone.

Il 10 Agosto 1916, quando il centro abitato fu reso sicuro, il Duca d'Aosta entrò formalmente a Gorizia alla testa della sua Terza Armata e presenziò alla cerimonia dell'alza bandiera per formalizzare con quel gesto la vittoria dell’esercito italiano.

Dopo la presa di Gorizia, sostanzialmente, successe ben poco. A Cadorna fu chiaro fin da subito che qualsiasi passo oltre Gorizia avrebbe preteso la progettazione di una nuova campagna. Furono messe insieme alla meglio delle forze in grado di incalzare il nemico, per la precisione 16 squadroni di cavalleria appartenenti a varie unità disomogenee. La sola operazione di rendere organica la forza raggruppata richiese troppo tempo, consentendo al nemico di trasformare la rotta in una difesa passiva prima e attiva poi.

La presa di Gorizia aveva esposto le truppe che l’avevano occupata in condizioni quanto mai pericolose. Per questo Cadorna si affrettò a disporre il giorno 14, nuovi consistenti movimenti di truppe, con l’intervento di ben quattro Corpi d’Armata. Era basilare in quel momento consolidare le posizioni raggiunte. La sesta battaglia dell’Isonzo si chiuse ufficialmente il 17 Agosto 1916 e come detto, per la prima volta l’Italia poteva vantare un successo netto e rilevante. Il prezzo pagato in termini di perdite umane fu però terribilmente troppo alto. L’Italia aveva perso, tra morti e feriti, 51.234 uomini, di cui 1.759 ufficiali. L’Austria 40.147 uomini, di cui 862 ufficiali.

Cadorna aveva consolidato la sua leadership, l’umore delle truppe italiane era salito alle stelle, mentre l’Impero entrò in crisi. Il comandante supremo dell’esercito austro-ungarico Joseph Conrad si trovò costretto, per rafforzarsi in difesa, a dover trasferire interi battaglioni svincolandoli dal fronte Trentino.

Fu in occasione della Sesta Battaglia dell’Isonzo che Giuseppe Ungaretti scrisse la poesia che divenne simbolo poetico dell’assurdità della Grande Guerra: San Martino del Carso,  ispirategli dalle macerie del martoriato paese.

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore
nessuna croce manca

è il mio cuore
il paese più straziato

La presa di Gorizia suscitò una vampata di entusiasmo in tutto il Paese e le ripercussioni furono estremamente favorevoli anche nel resto d’Europa in una guerra che sembrava non riuscire a produrre risultati concreti da nessuna parte.

Ma se dal punto di vista strettamente nazionale il bilancio si presentava imponente, dal punto di vista militare la vittoria non aveva migliorato molto la situazione, anche se certamente l’umore delle truppe era salita alle stelle.

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