Milano, 19 novembre 2017   |  

Milano e la Mala: in mostra il volto criminale della città

di Paola Mormina

A Palazzo Morando in Via Sant’Andrea a Milano dal 9 Novembre all’11 Febbraio 170 immagini d’epoca raccontano la storia della malavita milanese dalla fine degli anni Quaranta alla metà degli anni Ottanta

TURATELLO E VALLANZASCA

Francis Turatello (a sinistra) con Renato Vallanzasca durante il suo matrimonio celebrato presso il carcere di Rebibbia, 14 luglio 1979

La storia criminale della città dalla rapina di via Osoppo a Vallanzasca viene raccontata nelle sale di Palazzo Morando, dove le fotografie d’epoca in bianco e nero mostrano una Milano “da bere” ma anche molto sanguinaria e malavitosa, attraverso i volti dei suoi più celebri protagonisti. Al dù, ovvero il due nel gergo della mala milanese, viene associato il carcere di San Vittore riferendosi al suo numero civico di piazza Filangeri. Proprio quel carcere fu il fulcro attorno al quale gravitarono figure come Francis Turatello, Angelo Epaminonda, Joe Adonis, Luciano Liggio e Frank Coppola.

Un capitolo a parte riguarda invece il bandito per eccellenza: il bel Renè, al secolo Renato Vallanzasca. Dalla “Ligera” all’inizio del 900, termine che allude appunto a piccole bande criminali “leggere” solite sciogliersi subito dopo aver messo a segno il colpo, si passa intorno agli anni 60 ad una vera e propria forma organizzata e violenta di malavita, che espanderà il proprio potere fino ad avere il pieno controllo del gioco d’azzardo, della prostituzione e del traffico di stupefacenti.

Protagonisti di quella stagione fino ai primissimi anni ’80 saranno uomini i cui soli nomi hanno il potere di evocare nei ricordi dei milanesi vere e proprie atmosfere da gangster movie: Francis Turatello, all'anagrafe Francesco Turatello, soprannominato nell’ambiente “faccia d’angelo” figlio di una sarta veneta e di padre ignoto; secondo i ben informati però pare fosse proprio il figlio naturale del boss mafioso italo-americano Frank Coppola, detto “Frank tre dita”. Il patrimonio genetico da lui ereditato non venne affatto disperso, e una volta trasferitosi con la madre nel quartiere milanese di Lambrate iniziò la sua attività criminale, figlia anche di una vita in condizioni di ristrettezze economiche.

Rivale storico di Renato Vallanzasca, circostanza dalla quale scaturì una sanguinosa faida con numerose vittime su entrambi i fronti, i due stringeranno una forte amicizia proprio in carcere, dove da detenuti ammorbidiranno le loro astiosità al punto tale da partecipare proprio come testimone di nozze alla cerimonia del bel Renè con Giuliana Brusa, sogno d’amore per entrambi coronato proprio attraverso le sbarre di Rebibbia nel luglio del 1979. Turatello venne ucciso il 17 agosto 1981 a pochi giorni dalla libertà nel carcere di massima sicurezza nuorese di Badu 'e Carros in Sardegna, da Pasquale Barra e altri detenuti in modo molto efferato: fu accoltellato e brutalmente sventrato, esecuzione che fece parecchio effetto sulle personalità criminali dell’epoca, compreso Vallanzasca. Dopo la sua morte verrà definitivamente soppiantato dal suo ex braccio destro Angelo Epaminonda, detto "il Tebano" proprio a causa di quell’omonimia con Epaminonda che guidò Tebe contro gli spartani.

Accusato anche di essere il mandante del terribile omicidio in carcere di “faccia d’angelo”, Angiolino erediterà da lui tutte le buone entrature con la mafia che conta. Nato a Catania, ancora bambino si trasferirà con la famiglia a Cesano Maderno in Brianza, dove il padre di professione scalpellino tenterà disperatamente di sfuggire ai numerosi debiti di gioco accumulati. Appena minorenne metterà incinta una ragazza di origine veneta e pertanto si troverà costretto a sposarla, ma cambierà spesso lavoro poiché non riuscirà ad accettare le gerarchie, ed inoltre con il solo stipendio da dipendente non potrà certo mantenersi i suoi crescenti vizi: le donne, le carte e la cocaina.

Inizierà così ad aggirarsi in alcuni locali e night del centro di Milano frequentati allo stesso tempo dalla Milano Bene e dalla Mala, come il Derby Club, locale storico milanese in via Monte Rosa 84 che vide alternarsi sul suo palcoscenico numerose celebrità musicali in ascesa all’epoca, e che diede anche i natali al Cabaret. La banalità del male entrava così in scena insieme agli artisti, che ne subivano il fascino. L’esempio più lampante fu proprio l’amicizia di Franco Califano con Turatello. Prima di uscire la sera il boss chiamava il locale dove sarebbe andato e avvertiva: “Veniamo ma solo se canta Califano, e nessuno aveva il coraggio di dirgli di no” ricorda ancora oggi il figlio di Turatello, Eros, e il suo viso di bimbo bello e biondo sarà utilizzato proprio per la copertina del CD più famoso del Califfo: “Tutto il resto è noia”. Il percorso espositivo giunge così al finale, dedicato esclusivamente a lui: Renato Vallanzasca Costantini, nato a Milano in Via Porpora, dove la madre aveva un negozio d'abbigliamento.

A Renato venne dato il cognome materno Vallanzasca Costantini poiché il padre, Osvaldo Pistoia, era sposato con un'altra donna dalla quale aveva avuto tre figli, e quindi risultava illegittimo. Sin dalla tenera età manifesta una certa attitudine al rischio e una marcata insofferenza alle regole che lo conducono, a soli otto anni, a cercare di far uscire da una gabbia la tigre di un circo che aveva piantato il tendone proprio nelle vicinanze di casa sua.

Lo sconsiderato gesto gli costerà un assaggio del carcere minorile Beccaria e l’affidamento forzato a casa della signora Rosa, la prima moglie del padre che Vallanzasca chiamava affettuosamente "zia", in via degli Apuli, nel quartiere del Giambellino, alla periferia sud-ovest di Milano dove formerà la sua prima combriccola di piccoli delinquenti, dedita a furti e truffe. In poco tempo, grazie alle sue attività illecite accumulerà ingenti ricchezze e inizierà così a condurre e ad ostentare un tenore di vita molto sfarzoso: vestiti firmati, orologi d'oro, auto di lusso, bella vita e belle donne. È anche un ragazzo dotato di un aspetto particolarmente avvenente e affascinante, con un bel viso dagli occhi cerulei e viene per questo soprannominato nel giro "Il bel René" (nomignolo però da lui detestato).

Personalità che acquisterà sempre più potere e magnetismo soprattutto dopo la sua prima fuga dal carcere di San Vittore, dove escogiterà il modo per contrarre l’epatite iniettandosi urine per via endovenosa, ingerendo uova marce e inalando gas propano soltanto con l'intento di essere ricoverato in ospedale. Da lì, grazie ad una vigilanza meno stretta e con l'aiuto di un poliziotto compiacente, riuscirà nel suo intento di evadere e ricominciare così le rapine e i sequestri di persona. Celebre in quegli anni fu quello ai danni di Emanuela Trapani, figlia di un importante imprenditore milanese, che addirittura s’invaghì del suo sequestratore, subendone il fascino.

Un vero e proprio genio del male, e anche Rossano Cochis, uno dei suoi luogotenenti, si è trattenuto recentemente dinanzi alle fotografie esposte in mostra a Milano. “Tranne lui, oggi sono tutti morti” ha affermato durante la visita, concludendo esprimendo un suo personale punto di vista “Una volta la malavita, bene o male, aveva i suoi principi. Quando mai negli anni '70 si sentiva che veniva rapinato per strada un pensionato? Non esisteva".

Un excursus sulla storia di Milano che vale la pena di vedere per riflettere su ciò che da sempre esiste, il male, e capire attraverso quali canali e tessuti sociali la sua banalità può avere influenza e destinazione.

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