Como, 10 agosto 2020   |  

Nazario Sauro storia di coraggio e irredentismo

Sono trascorsi più di 100 anni dalla morte di Nazario Sauro, l'irredentista, avvenuta il 10 Agosto 1916, per impiccagione.

Ultima dimora di Nazario Sauro

Ultima dimora di Nazario Sauro

di Claudio Giraldi Il 1916 fu forse l’anno più duro della guerra, in cui anche l’Italia si vide impegnata con la propria rivale principale – l’Austria-Ungheria – in feroci combattimenti sull’Altopiano dei Sette Comuni (nel reggere l’urto della l’offensiva avversaria, la “Strafexpedition”) o sul Carso (come la Sesta battaglia dell’Isonzo e la presa di Gorizia).

Il 1916 fu anche l’anno in cui l’Italia si ritrovò a piangere – oltre a migliaia di valorosi soldati – anche dei personaggi particolari, cioè uomini di etnia italiana che, pur essendo sudditi dell’Impero austro-ungarico ma riconoscendo l’Italia come la loro patria, ebbero il coraggio di lasciare tutto e vestire la divisa italiana e di combattere, consapevoli del fatto che in caso di cattura la loro vita si sarebbe conclusa sul patibolo dopo la sentenza di condanna a morte da parte di un tribunale militare austroungarico. Stiamo parlando di personaggi quali Damiano Chiesa, Cesare Battisti e Fabio Filzi; uomini coraggiosi prima di tutto, militari italiani ed irredentisti poi, che perseguirono il proprio ideale di amor patrio e di senso del dovere verso l’Italia anche al prezzo della loro stessa vita.

Come pagarono con la vita Chiesa, Battisti e Filzi, così a pochi mesi di distanza anche un altro irredentista pagò con la vita per la fede nei suoi ideali, venendo consacrato a martire della causa irredentista: si tratta di Nazario Sauro.

La vita prima della guerra. Tra passioni, ribellioni e ideali politici

Nazario Sauro nacque a Capodistria il 20 Settembre 1880 da genitori di origini romane, Giacomo Sauro e Anna Depengher. La madre lo educò all’amor patrio mentre il padre, un marittimo, lo introdusse a quella che poi sarebbe stata la vera e grande passione di Nazario: il mare. Di fronte al rifiuto del figlio di proseguire gli studi, il padre accettò la situazione e decise di portare il giovane nei suoi viaggi in barca, insegnandogli quanto più sapeva sul mare, sulle imbarcazioni e sulla navigazione. La sua famiglia era di origini e tradizioni popolari. Il modesto contesto familiare ed il suo animo buono e sincero lo portarono nella prima gioventù ad avvicinarsi al socialismo, interessandosi alla questione operaia e provando pietà verso le dure condizioni delle classi meno agiate. Tuttavia, quando i tempi maturarono e l’idea di un conflitto globale si concretizzò, egli dovette ripudiare gli ideali pacifisti promossi dal movimento socialista internazionale, avvicinandosi invece all’idea di democrazia sociale e repubblicana che si fondava sugli ideali mazziniani. Sauro era convinto che un’eventuale conflitto avrebbe potuto non solo portare le terre irredente sotto il legittimo controllo italiano, ma anche che alla fine della guerra le nazioni avrebbero potuto per davvero essere libere ed indipendenti. Mentre maturava questi ideali, Nazario cresceva sia come uomo che come marinaio. A vent’anni gli fu affidato il comando di un mercantile; all’età di 24 anni si iscrisse alla scuola Nautica di Trieste dove si diplomò. Successivamente lavorò per diverse compagnie commerciali e di navigazione, muovendosi spesso tra varie città costiere del mar Adriatico e comandando diversi piroscafi per passeggeri e da carico. Il 17 novembre 1901 si sposò con Caterina Steffé e la coppia ebbe cinque figli, tre ragazzi e due ragazze: Nino, Libero, Anita, Italo e Albania. Nel frattempo, i rapporti tra l’etnia dominante austriaca e quella italiana andavano deteriorandosi in tutte le terre irredente. Le tensioni sfociarono sempre più spesso e volentieri in scontri e tafferugli tra gli italiani e le autorità, le quali non esitavano a reprimere le rivolte con la violenza. Sauro aveva in più occasioni pubblicamente manifestato il suo disprezzo verso l’impero partecipando a numerose manifestazioni, che lo metteranno in cattiva luce nei confronti delle autorità. Nel corso degli anni crebbe l’instabilità politica delle minoranze e le cose andarono peggiorando. Nel 1913, infatti, le autorità di Trieste stabilirono tramite un decreto che gli italiani non sudditi dell’Impero potessero essere licenziati dalle società ed allontanati dagli enti pubblici. Sauro trovò la cosa oltraggiosa, in quanto a lui sembrava un programma per marginalizzare l’etnia italiana dal Venezia-Giulia e dunque si impegnò nell’assumere solo marittimi italiani, entrando spesso in conflitto con le autorità della città e ricevendo numerose multe. La sua condotta irritò le autorità austroungariche, tant’è che nel maggio 1914 Nazario venne ufficialmente licenziato dalla compagnia di navigazione presso la quale lavorava. A circa un mese di distanza dal licenziamento si consumò il famosissimo attentato all’Arciduca Francesco Ferdinando e nel giro di un altro mese, dopo anni di relativa pace tra le grandi potenze europee, la Grande Guerra infuriò sul continente. Colta l’opportunità, Sauro nel settembre del 1914 si recò da Capodistria a Venezia come esule, dove rimarrà continuando a navigare e a promuovere l’intervento militare contro l’Austria-Ungheria.

Cospiratore e “agente segreto”?

Dopo una vita passata a manifestare ostilità contro l’Impero e a dimostrare apertamente il suo amore verso l’Italia, Sauro si attivò immediatamente per servire la causa in cui credeva. Ed ecco che dal suo arrivo a Venezia, egli agì in qualità di cospiratore e informatore – si potrebbe dire quasi un agente segreto, sebbene mai gli venne ufficialmente affidato un tale compito. Coerentemente agli ideali repubblicani, democratici e mazziniani in cui egli credeva, dal 1908 al 1913, Sauro operò per tutelare gli interessi degli insorti d’Albania, agendo in conformità con il principio mazziniano dell’indipendenza dei popoli. Per diversi anni, infatti, Sauro contrabbandò un enorme quantitativo d’armi e munizioni agli indipendentisti albanesi, che volevano liberarsi sia dal giogo austroungarico che da quello ottomano. La sua attività di contrabbando fu molto efficace, tant’è che numerosi indipendentisti albanesi lo vedevano come un eroe e avevano una stima altissima di lui. Contemporaneamente alle spedizioni di contrabbando, Sauro continuò a navigare l’Adriatico al servizio di svariate compagnie di navigazione, prestando particolare attenzione nell’osservare ed annotare ogni dettaglio che un giorno, in caso di un conflitto tra l’Italia e l’Austria-Ungheria, avrebbe potuto consegnare alla Regia Marina italiana. Dal settembre del 1914 al maggio del 1915, inoltre, Sauro viaggiò clandestinamente presso le coste giuliano-dalmate, da solo o in compagnia del figlio Nino (appena dodicenne, chiamato così in onore di Nino Bixio), per raccogliere informazioni sensibili sull’esercito austroungarico o per portare passaporti falsi. Si trattava di un’attività estremamente rischiosa poiché giuridicamente Sauro era ancora suddito dell’Impero austro-ungarico e pertanto fornire sensibili informazioni militari ad un’altra potenza era considerabile come un biglietto di sola andata per la forca in caso di cattura.

In servizio nella Regia Marina italiana.

Allo scoppio delle ostilità tra l’Italia e l’Austria-Ungheria (24 Maggio 1915), Sauro non esitò un istante ad arruolarsi nella Regia Marina, forza armata nella quale sarebbe stato più utile, vista la profonda conoscenza delle coste giuliano-dalmate e la grande esperienza di navigazione. In quattordici mesi di servizio egli partecipò ad oltre sessanta missioni. Per i primi tempi venne impiegato come pilota in siluranti e cacciatorpediniere che compivano azioni lungo le coste istriane e dalmate, nonché all’interno dei canali che le navi austroungariche utilizzavano per raggiungere il mare aperto, posizionando mine in punti strategici. Al termine del primo anno di guerra, comunque, le tattiche cambiarono. Infatti, il comando delle operazioni sull’Adriatico fu affidato al “Duca del Mare”, il viceammiraglio Paolo Emilio Thaon di Revel: quest’ultimo insisteva nel maggior utilizzo di navi e sommergibili da impiegare direttamente contro i porti austroungarici. Il suo impegno militare, tuttavia, non si concretizzò solo eseguendo gli ordini dei superiori. Per mesi Sauro continuò a studiare e proporre azioni militari che sotto moltissimi aspetti anticipavano le moderne operazioni d’assalto anfibio che si conducono oggi; tuttavia, la strategia militare proposta dai comandi militari dell’epoca non era ancora pronta per una simile impostazione, per cui si preferirono quindi azioni di temporeggiamento e logoramento. Tuttavia, questo non fermò la sua mente nel progettare altre ipotetiche azioni di guerra. I comandi militari italiani spesso utilizzarono Sauro per interrogare i prigionieri di guerra nemici. Particolarmente interessante risulta essere invece una sua invenzione tecnico-militare: egli disegnò e progettò una particolare boa multifunzione di forma ovoidale, che fungeva sia da vedetta che da sommergibile. Si trattava a tutti gli effetti di un minuscolo sottomarino, dotato di sistemi di immersione ed emersione, periscopio ed àncora per bloccarsi sul posto ed essere facilmente recuperato dalle navi italiane qualora la missione d’osservazione fosse conclusa. Poteva contenere un gran numero di viveri e ospitare fino a due persone; lo stesso Sauro compì delle missioni di osservazione davanti al porto di Pola in questa speciale boa-vedetta-sommergibile.

L’ultima azione e la cattura.

Il 30 Luglio 1916 Nazario compì la sua ultima azione. Partendo da Venezia egli s’imbarco sul sommergibile Giacinto Pullino (comandato dal tenente di vascello Ubaldo Degli Uberti) con destinazione Fiume: l’obiettivo era compiere una piccola incursione. Purtroppo, la sorte fu avversa: a causa di una corrente improvvisa, il sommergibile s’incaglio su delle rocce all’imboccatura del Golfo del Quarnero. L’equipaggio tentò di disincagliare il sommergibile, ma fu tutto vano. Vista l’impossibilità di recuperare il mezzo, l’equipaggio decise di distruggere i cifrari, i macchinari e disporre il mezzo per l’auto-affondamento. Sauro si allontanò volontariamente da solo su una piccola imbarcazione, ma venne intercettato, catturato e imprigionato a Pola, dove venne processato e giustiziato nel giro di pochi giorni. Sapeva bene quale sarebbe stata la condanna.

Il processo e la morte.

Come per gli altri irredentisti, cioè sudditi dell’Impero che avevano disertato la chiamata alle armi per fuggire in Italia e combattere per quest’ultima, in caso di cattura e riconoscimento la pena era scontata: dopo un processo con l’accusa di alto tradimento, la sentenza era inevitabilmente quella di morte per impiccagione. E fu proprio così che morì Nazario Sauro. L’Austria-Ungheria agiva nella totale legalità, poiché quelle erano le sue prerogative giuridiche: Nazario Sauro era, a tutti gli effetti, un suddito di Francesco Giuseppe che aveva disertato la chiamata alle armi combattendo invece per la potenza rivale. Il processo, naturalmente, fu pura formalità. Sauro usò un nome falso. “Mi chiamo Nicolò Sambo” sostenne durante la prigionia ed il processo. Ma alcuni suoi concittadini lo riconobbero: Giovanni Riccobon, Giovanni Schiavon e addirittura il cognato Luigi Steffé, maresciallo della Guardia di Finanza austroungarica. Inutili i tentativi della madre e della sorella di disconoscerlo. Le autorità non avevano dubbi: quello era Nazario Sauro, suddito dell’Impero austro-ungarico e, visto che indossava la divisa italiana, un traditore. E come un traditore lo trattarono. “Colpevole di alto tradimento per essere entrato, come suddito austriaco, nella marina da guerra italiana” riporta il verdetto. Impossibile ogni ricorso: egli fu condannato e la sentenza per impiccagione venne eseguita il 10 Agosto 1916 alle ore 19:45. Fino all’ultimo istante gridò ingiurie ai soldati del paese tanto odiato, insultò l’imperatore Francesco Giuseppe e rifiutò il prete per l’ultima preghiera in quanto tedesco.

Sepoltura

Subito dopo l’impiccagione buttarono la salma, ultimo insulto, in una anonima fossa sconsacrata, subito coperta e resa irriconoscibile. Ma questa sarà solo la prima sepoltura. 

Lettera alla moglie
“Cara Nina, non posso che chiederti perdono per averti lasciato con i nostri cinque figli ancora col latte sulle labbra e so quanto dovrai lottare e patire per portarli e lasciarli sulla buona strada”, leggerà la moglie in una lettera lasciata dal marito a un amico in caso di morte, ”Insegna ai nostri figli che il loro padre fu prima italiano, poi padre e poi uomo. Nazario”.

L’ammirazione di D’Annunzio per Nazario Sauro

Il contributo militare di Sauro alla causa nazionale e il suo valore morale furono subito riconosciuti da tutti, dalla stampa italiana ed estera, ai vertici della Marina e al Governo italiano. Il poeta-soldato Gabriele d’Annunzio si recò a Venezia a far visita alla vedova e ai figli e più volte si riferì nella sua predicazione all’eroe caduto. In un appello ai fuoriusciti giuliano-dalmati così scriveva: “Come Buie è la vedetta dell’Istria, collocata nell’alto cuore della terra, così Nazario Sauro è oggi per tutti gli italiani il vertice spirituale della piccola patria che domani sarà franca”.

Il ritrovamento della salma

Al termine del primo conflitto mondiale la Regia Marina si trovò pronta a inviare le proprie navi per occupare militarmente le città dell’Istria ormai italiana. L’entrata a Pola – ove era sepolto Nazario Sauro – fu condotta dall’ammiraglio Umberto Cagni al comando di una divisione navale partita da Venezia alle prime luci dell’alba del 4 novembre 1918 con a bordo diverse truppe da sbarco dell’Esercito e del Reggimento Marina. Di tutte le occupazioni effettuate in Istria dalla Regia Marina, quella di Pola fu sicuramente la più difficile e complicata. Ciò fu dovuto alla “situazione ambigua” che si era venuta a creare con la cessione, da parte austriaca, al Consiglio nazionale degli Sloveni, Croati e Serbi della piazza militare di Pola e della stessa flotta austro-ungarica; trasferimento avvenuto il 30 ottobre, all’insaputa degli Alleati, ovvero qualche giorno prima della cessazione delle ostilità. Ultimata con successo la presa di possesso della città, del porto, delle navi, delle fortificazioni e di tutte le postazioni militari, occorreva ora dare degna e definitiva sepoltura a Nazario Sauro. Il luogo ove era stato sepolto dagli austriaci, che secondo le loro intenzioni doveva rimanere segreto, era stato identificato da tempo grazie all’opera del Comitato cittadino. L’esumazione avverrà il 10 gennaio 1919 con una cerimonia che non ebbe nulla di ufficiale, né di programmato. Nell’occasione, furono prelevati dal corpo di Sauro alcune reliquie che saranno sistemate all’interno di 10 cofanetti di legno per essere consegnate al figlio primogenito, alla moglie, alla madre, al padre ed alla sorella di Sauro. Tre cassette contenenti una parte della giubba sono state rispettivamente consegnate dalla famiglia Sauro al Museo Nazionale del Risorgimento, a S.E. l’Ammiraglio Cagni e a Sem Benelli. In attesa della cerimonia ufficiale di inumazione nel cimitero di Pola – che avverrà il successivo 26 Gennaio – il feretro avvolto nella bandiera italiana del Reggimento Marina San Marco sarà vegliato da un picchetto d’onore composto da 4 fucilieri di marina

Ultima dimora

Pola, purtroppo, non sarà l’ultima “dimora” di Sauro. Il quadro internazionale e politico, dopo la fine del secondo conflitto mondiale, porterà a rivedere i confini orientali italiani: l’Istria, con Pola, sarebbe passata alla Jugoslavia. Il 7 marzo 1947 la bara di Nazario Sauro, avvolta nel tricolore, lasciò la «Città dolente» a bordo della motonave Toscana in direzione Venezia, seguendo la sorte di migliaia di esuli. Con Sauro, vennero imbarcate anche le spoglie del volontario polese Giovanni Grion, ufficiale dei bersaglieri, caduto sull’altopiano di Asiago il 16 giugno 1916 (e di sua madre) nonché le ceneri del guardiamarina Sergio Fasulo e del marinaio radiotelegrafista Garibaldi Trolis, periti al largo di Pola, nell’affondamento del sommergibile F14. Sul Toscana, i feretri furono sistemati sul cassero circondati da corone di fiori. Ultimate le operazioni di imbarco, la nave iniziò la manovra di disormeggio: forte si udì, per tutta Pola, il suono della sirena. Ma quella sirena fu molto più di un semplice fischio che annuncia la partenza di una nave dal porto: rappresentò l’ultimo, triste e malinconico addio di Nazario Sauro alla città italiana di Pola, ormai deserta e invasa di tristezza e dolore. Fuori dal porto l’attendevano unità militari alleate che faranno da scorta a Nazario Sauro fino al limitare di Venezia. La motonave giunse a Venezia la mattina del giorno successivo. Le salme sarebbero state poi trasferite al Lido di Venezia e tumulate nel Tempio Votivo, dedicato a tutti i seicentomila Caduti della Grande Guerra. Dal 9 Marzo 1947, Nazario Sauro riposa nel Tempio Votivo e la sua tomba è rivolta verso l’Istria, il mare Adriatico e la libertà per cui visse lottò e morì.

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