Como, 22 giugno 2018   |  
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Nel crollo delle vendite dei giornali nessuna responsabilità dei giornalisti?

di Alberto Comuzzi

In Italia si comprano meno copie di quotidiani di quante se ne acquistavano nel 1939 quando la popolazione era di 40 milioni di abitanti e il tasso di scolarizzazione era molto più basso dell'attuale.

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L'Ads (Accertamento diffusione stampa), per il primo trimestre dell'anno in corso, dava i seguenti dati di copie giornalmente vendute dei primi dieci quotidiani nazionali (esclusi quelli sportivi): Corriere della sera (290.000), la Repubblica (212.000), IlSole24Ore (170.000), La Stampa (156.000), Avvenire (112.000), Il Messaggero (100.000), Il Resto del Carlino (95.000), La Nazione (70.000), Il Giornale (57.000), Il Gazzettino (56.000). In totale 1.320.000 copie che raddoppiano se si tiene conto di tutte le altre testate che compongono l'universo del sistema italiano d'informazione.

Il solo quotidiano giapponese, “Yomiuri Shimbun”, che esce a Tokyo, Osaka e Fukuoka vende oltre 9 milioni di copie al giorno, vale a dire quasi quattro volte il numero di giornali venduti in Italia.

Lo statunitense “Wall Street Journal” supera abbondantemente i due milioni di copie mentre il tedesco “Bild Zeitung”, il giornale europeo più diffuso, sfiora i 3 milioni di copie.

Per comprendere l'attuale stato di crisi dei quotidiani italiani basti ricordare che, nel 1939, quando il tasso di scolarizzazione non era certo paragonabile all'odierno e quando la popolazione sfiorava appena i 40 milioni (oggi superiamo i 65 milioni), si tiravano 4.500.000 di copie.

Da almeno trent'anni non c'è convegno sull'editoria in cui non si stigmatizzi che la scarsa propensione degli italiani alla lettura sia da attribuire innanzi tutto alla scuola che non educa, che non invoglia gli studenti a “consumare” libri, giornali e riviste e, in subordine, all'elevato costo dei singoli prodotti editoriali.

Siamo un popolo straordinario: non battiamo ciglio spendendo 60/70 euro per fare il pieno di benzina e ci lamentiamo se un libro costa 15 euro e un giornale 1,5 euro, che, a ben riflettere,  è meno del costo di un litro di gasolio. Siamo Fantastici e inimitabili.

Assodato quindi il “peso specifico” che la maggioranza degli italiani attribuisce alla cultura e al mondo dell'informazione in particolare, spezzare una lancia in loro favore ci sembra però doveroso.

In effetti è un cattivo affare spendere del denaro per non avere notizie di ciò che accade attorno a noi, ma opinioni e commenti di una categoria di giornalisti sempre più autoreferenziale e in gran parte omologata a precisi sistemi di potere.

È oggettivamente stucchevole trovare, per nove giorni in prima pagina su tutti i “giornaloni”, la vicenda della nave Aquarius e per di più raccontata allo stesso modo.

Così come è nauseante vedere la stragrande maggioranza dei giornali che fanno capo a De Benedetti, Berlusconi, Cairo e ai telegiornali di quest'ultimo, di Mediaset e della stessa Rai, impegnati non a spiegare che cosa stia facendo il Governo, ma a dividere i leader delle due forze politiche che lo compongo: Di Maio e Salvini.

Ormai i commentatori politici (una dozzina di giornalisti, sempre gli stessi, che ruotano nei vari talk show della Rai, di Mediaset e de La7 e che firmano come direttori giornali e periodici) presentano come una tappa del Giro d'Italia il lavoro tremendamente serio del nostro Governo che, piaccia o non piaccia, rappresenta 65 milioni di persone: Salvini in fuga stacca Di Maio, Martini resta nel plotone degli inseguitori mentre Renzi, a ruota, si guarda indietro per accertarsi che non si accorci la distanza con lo scomparso, ma ancora in gara, Bersani.

Si passa da una martellante e univoca interpretazione dei fatti ad un'altrettanto piatto stile di comunicazione, ma, si badi bene, sempre nel rispettoso bon ton del politicamente corretto.

Purtroppo, fatta eccezione per “Il Fatto Quotidiano” e “La Verità”, unici giornali fuori dal coro, tutto il resto dei giornaloni appare piuttosto omologato e preoccupato di spiegare ai propri lettori i pericoli del cambiamento in atto. C'è, insomma, nel consolidato establishment degli anchorman, degli opinionisti, dei commentatori una forte resistenza a comprendere che il “diverso è già iniziato”.

I più svelti di questi, però, hanno cominciato a dare qualche segnale, seppur timido, per mostrare di avere capito che qualcosa davvero di diverso c'è nell'aria.

Lo si percepisce dal loro lessico: infatti al vocabolo “populista” privilegiano sempre più quello di “sovranista”. Tra un po' – con qualche piroetta o aggraziato giro di valzer – ci verrano a spiegare che, dopo tutto, il termine “razza” è etimologicamente corretto, anche se oggi si preferisce usare quello di “etnia”.

Temiamo, comunque, che anche questo non basterà a rilanciare le vendite dei quotidiani. Troppa zizzania tanti giornalisti hanno coltivato e seminato ed ora estirparla è davvero impresa ardua. Chi è causa del suo mal pianga sé stesso.

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