Milano, 19 febbraio 2018   |  
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Quando è vera politica industriale

di Orlando Trevi

La Lombardia come spesso accade è la locomotiva di processi innovativi, offrendo da parte delle Fondazioni d'Istruzione Tecnico Superiore/ ITS svariati corsi a Milano, Sesto San Giovanni, Lecco, Bergamo e Brescia.

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Val la pena riflettere sulla portata della manovra di politica industriale completata dai decreti attuativi recenti e tanto attesi sui competence center Ind4.0. Il link http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2018/1/9/17G00223/sg riporta i contenuti della nuova normativa e la sua potenzialità, dopo i risultati già oltre le aspettative in materia di incentivi automatici, super e iper ammortamenti: l'obiettivo complessivo degli interventi è far convergere gl’investimenti pubblici e privati in innovazione e tecnologia per stabilizzare la crescita. Il contesto in cui l'esecutivo perfeziona la manovra di politica industriale è il boom del digitale e il suo impatto trasversale sugli altri comparti produttivi.

Come segnalava già il 24 luglio 2017 Ernesto Diffidenti (fonte, Il Sole 24Ore - Il boom del digitale: il rapporto Assinform), vi sono alcuni significativi indicatori al riguardo. “… Nel primo trimestre di quest’anno la crescita (del mercato digitale italiano informatica, telecomunicazioni e contenuti /ndr) ha accelerato, toccando il 2,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso e avvalorando le previsioni di crescita per il triennio 2017-2019 (+2,3% a 67.652 milioni di euro nel 2017; + 2,6% a 69.432 milioni di euro nel 2018 e +2,9% a 71.453 milioni di euro del 2019).

Un vero e proprio boom confermato dal rapporto “Il digitale in Italia 2017”, condotto da Assinform in collaborazione con NetConsulting cube e Nextvalue e presentato oggi alla stampa a Milano e Roma. Il mercato digitale italiano, dunque, si è rimesso in moto promettendo tassi di crescita in costante miglioramento almeno sino 2019 sulla spinta dei processi di trasformazione digitale in tutti i principali settori.

I tassi di crescita medio annui stimati tra il 2016 e il 2019 sono del 4,4% ogni anno nell’industria (dai 7.044 milioni di euro, +2,4%, del 2016), del 4% nelle banche (dai 6.813 milioni di euro, +3,5%, del 2016), del 4,5% nelle utility (dai 1.576 milioni di euro, +3,5%, del 2016), del 4,2% nelle assicurazioni (dai 1.800 milioni di euro, +3,7%, del 2016), del 3,6% nei trasporti (dai 2.209 milioni di euro, +2,5%, del 2016), del 4,7% nella distribuzione (dai 3.991 milioni di euro, +3,5%, del 2016) …”.

Questa volta non è una narrazione: possiamo finalmente apprezzare quando la politica industriale volta pagina, lasciandosi alle spalle inutili e controproducenti logiche programmatorie settoriali, investendo invece sul “massimo comune moltiplicatore” della collaborazione industria-ricerca e pubblico-privato incentrata sulla rivoluzione digitale. Si tratta del tassello che mancava a un’Italia da sempre arrancante nelle classifiche sulla produttività, ora alle prese con la possibilità di un’uscita più sostenuta dalla crisi decennale, che tanto ha cambiato lo scenario economico produttivo ed anche sociale.

Ripercorre magistralmente gli ultimi sviluppi di questo processo virtuoso che il governo ha avviato negli ultimi 2 anni Alberto Bombassei, sostenitore dell’azione riformatrice di Carlo Calenda e della necessità e urgenza che diventa opportunità della sua implementazione (fonte: articolo La politica industriale torna protagonista, del 4 febbraio 2018 su Il Sole 24 Ore). “… La struttura industriale del Paese è ancorata a uno schema di 20-60-20 in cui il 20% delle imprese è saldamente ai vertici europei per livelli di produttività, esportazione e competitività, il 20% rischia quotidianamente di uscire dal mercato e il 6o% può finire, per una qualunque fluttuazione interna o internazionale, in una delle due quote alle estremità. L'occupazione dà segnali di risveglio ma mostra dinamiche preoccupanti.

I livelli generali restano altissimi e la disoccupazione giovanile in Europa è inferiore solo a quella spagnola. Mi permetto di citare ancora Bergamo dove il tasso complessivo di disoccupazione è al 5,3%, uno dei più bassi del Paese, ma dal 2008 a oggi gli occupati tra i 15 e i 44 anni anni sono scesi di 60mila unità e quelli tra ì 45 e i 64 anni sono aumentati di 70mila unità. Qualcosa non funziona, è evidente. Esiste uno scollamento tra il tessuto sociale del Paese e il mondo della produzione. Troppo spesso l'industria ha dovuto camminare su terreni impervi senza un sostegno adeguato di regole, senza percorsi capaci formare i giovani e accompagnarli nel mondo del lavoro, di fornire alle imprese un sostegno concreto nella ricerca applicata. Il 20% che ce l'ha fatta, che ce la fa, molto spesso contando solo sulle proprie forze, non può essere sufficiente a trainare il resto del sistema. Industria 4.0 è stato l'avvio di un percorso diverso. Siamo tornati nella logica della politica industriale e siamo usciti dalle dinamiche perverse degli incentivi a pioggia e dei bandi di impossibile comprensione a culle imprese non partecipavano. L'automatismo degli incentivi dell'ammortamento e del super ammortamento ha creato un canale di moltiplicazione degli investimenti e ha avviato una modernizzazione del sistema destinata a durare nel tempo. E tutto senza gravare sul bilancio pubblico.

I dati diffusi recentemente dall'Ucimu, l'associazione dei produttori di macchine utensili, con l'incremento degli ordinativi di robot dell'85% e una saturazione delle linee fino a Settembre prossimo, sono la testimonianza di un percorso virtuoso che si è innestato speriamo in maniera fisiologica e che lascerà in eredità al Paese un sistema industriale digitalizzato e connesso. Ma il percorso va completato …”. Come emerge, in questa svolta epocale vi sono luci e ombre, dalla gaussiana 20-60-20 della distribuzione delle imprese italiane in campo nella competizione globale, alla scommessa sulla formazione tecnico manageriale nei confronti delle nuove generazioni dei millennial.

E' in questa direzione che abbiamo di fronte il banco di prova da cui dipendono gli esiti successivi. Bisogna investire sui fattori di crescita che la svolta epocale mette a disposizione, attraverso apposite scuole per super-tecnici, le figure che le aziende tecnologicamente avanzate cercano come il pane: in questo senso un altro plauso alla misura contenuta nella legge di stabilità di fine anno scorso, che ha previsto 5 milioni di euro di risorse aggiuntive quest'anno, 15 milioni nel 2019 e 30 milioni a decorrere dal 2020.

La Lombardia come spesso accade è la locomotiva di questi processi, offrendo da parte delle Fondazioni d'Istruzione Tecnico Superiore/ ITS svariati corsi a Milano, Sesto San Giovanni, Lecco, Bergamo e Brescia. Nelle fondazioni partecipano le imprese, le associazioni imprenditoriali di Confindustria, gl'istituti tecnici e professionali, le università. In conclusione, diventa vitale innestare una marcia che, prima ancora di essere tecnologica, vuole e deve essere culturale e imprenditoriale. La scommessa è far scoccare una scintilla nei giovani che hanno seguito i nuovi corsi di alta formazione per manager e super tecnici e hanno ottenuto risultati, prima come collaboratori nelle aziende e nei centri di ricerca, un domani magari come imprenditori loro stessi o comunque driver di sviluppo come advisor, ricercatori e magari anche come politici finalmente illuminati …

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