Como, 13 marzo 2020   |  

Quante tracce di Covid19 si trovano nella peste manzoniana

di Alberto Comuzzi

Nel capitolo XXXI de "I promessi sposi" Alessandro Manzoni descrive comportamenti umani sorprendentemente simili a quelli riscontrabili nell'attuale tragica esperienza del coronavirus.

aaaqMelchiorre Gherardini Piazza di S. Babila durante la peste del 1630

Melchiorre Gherardini detto il Ceranino (Milano 1607 - Milano 1668), "Piazza San Babila a Milano durnte la peste del 1630", Incisione, Brescia, Pinacoteca Tosio Martinengo

Consigliamo al lettore di rileggersi (o di leggere per la prima volta) il capitolo XXXI de "I promessi sposi" di Alessandro Manzoni. Vi troverà abbondante materiale per riflettere su ciò che accade in questi giorni nel nostro Paese e, più in generale, nel mondo.

Si renderà conto del comportamento di persone "autorevoli" che durante la peste del 1630, dopo avere minimizzato il contagio (ridicolizzando i medici e coloro che avevano dato l'allarme sulla gravità del morbo e sulle conseguenze che avrebbe provocato), si preoccuparono esclusivamente di non compromettere la propria carriera.

Scoprirà inoltre i subdoli messaggi e le irritanti menzogne di squallidi omini di potere che per non essere sconfessati ed ammettere che di peste si trattava, si trincerarono dietro mistificanti termini. Il "politicamente corretto" è un atavico vizio italiano, evidentemente.

Narra il Manzoni che i delegati, tornati a Milano dal Lecchese dove si erano recati su incarico del Tribunale della Sanità per documentare l'entità del contagio, si erano immediatamente presentati al governatore per esporgli lo stato drammatico delle cose.

«V'andarono, e riportarono: aver lui (cioè il governatore, n.d.r.) di tali nuove provato molto dispiacere, mostratone un gran sentimento; ma i pensieri della guerra essere più pressanti: sed belli graviores esse curas (...).

Due o tre giorni dopo, il 18 di Novembre, emanò il governatore una grida, in cui ordinava pubbliche feste, per la nascita del principe Carlo, primogenito del re Filippo IV, senza sospettare o senza curare il pericolo d'un gran concorso (assembramento di persone che avrebbero facilitato il contagio n.d.r.) in tali circostanze: tutto come in tempi ordinari, come se non gli fosse stato parlato di nulla».

Manzoni spiega che il governatore si chiamava Ambrogio Spinola (generale genovese al servizio degli Spagnoli, n.d.r.) e che sarebbe di li a poco morto «in quella stessa guerra che gli stava tanto a cuore; e morì, non già di ferite sul campo, ma in letto, d'affanno e di struggimento, per rimproveri, torti, disgusti d'ogni specie ricevuti da quelli a cui serviva».

Ma ciò che fa nascere un'altra e più forte meraviglia, annota ancora Manzoni «è la condotta della popolazione medesima, di quella, voglio dire, che, non tocca ancora dal contagio, aveva tanta ragion di temerlo.

All'arrivo di quelle nuove de' paesi che n'erano così malamente imbrattati, di paesi che formano intorno alla città quasi un semicircolo, in alcuni punti distante da essa non più di diciotto o venti miglia; chi non crederebbe che vi si suscitasse un movimento generale, un desiderio di precauzioni bene o male intese, almeno una sterile inquietudine? Eppure, se in qualche cosa le memorie di quel tempo vanno d'accordo, è nell'attestare che non ne fu nulla.

La penuria dell'anno antecedente, le angherie della soldatesca, le afflizioni d'animo, parvero più che bastanti a render ragione della mortalità: sulle piazze, nelle botteghe, nelle case, chi buttasse là una parola del pericolo, chi motivasse peste, veniva accolto con beffe incredule, con disprezzo iracondo. La medesima miscredenza, la medesima, per dir meglio, cecità e fissazione prevaleva nel senato, nel Consiglio de' decurioni, in ogni magistrato.

Trovo che il cardinal Federigo, appena si riseppero i primi casi di mal contagioso, prescrisse, con lettera pastorale a' parrochi, tra le altre cose, che ammonissero più e più volte i popoli dell'importanza e dell'obbligo stretto di rivelare ogni simile accidente, e di consegnar le robe infette o sospette; e anche questa può essere contata tra le sue lodevoli singolarità».

Ancora a proposito dell'insipienza di gran parte della popolazione, Manzoni racconta che era elevata l'ira e la mormorazione «della nobiltà, delli Mercanti et della plebe, persuasi com'eran tutti, che fossero vessazioni senza motivo, e senza costrutto.

L'odio principale cadeva sui due medici; il Tadino e Senatore Settala, figlio del protofisico: a tal segno, che ormai non potevano attraversar le piazze senza essere assaliti da parolacce, quando non eran sassi. e certo fu singolare, e merita che ne sia fatta memoria, la condizione in cui, per qualche mese, si trovaron quegli uomini, di veder venire avanti un orribile flagello, d' affaticarsi in ogni maniera a stornarlo, d'incontrare ostacoli dove cercavano aiuti, volontà, e d'essere insieme bersaglio delle grida, avere il nome di nemici della patria: pro patriae hostibus».

Ancor più eloquente è il passaggio del testo manzoniano in cui l'Autore sottolinea che «abbiamo già veduto come, al primo annunzio della peste, andasse freddo nell'operare, anzi nell'informarsi: ecco ora un altro fatto di lentezza non men portentosa, se però non era forzata, per ostacoli frapposti da magistrati superiori.

Quella grida per le bullette, risoluta il 30 Ottobre, non fu stesa che il dì 23 del mese seguente, non fu pubblicata che il 29. La peste era già entrata a Milano».

Di disarmante evidenza la necessità di salvare la faccia di «quei medici opposti alla opinion del contagio», i quali, specifica il Manzoni, «non volendo ora confessare ciò che avevan deriso, e dovendo pur dare un nome generico alla nuova malattia, divenuta troppo comune e troppo palese per andarne senza, trovarono quello di febbri maligne, di febbri pestilenti: miserabile transazione, anzi trufferia di parole, e che pur faceva gran danno; perché, figurando di riconoscere la verità, riusciva ancora a non lasciar credere ciò che più importava di credere, di vedere, che il male s'attaccava per mezzo del contatto».
Come direbbe Gigi Marzullo, alla luce di questo testo manzoniano, il lettore si faccia delle domande e si dia quelle risposte che più lo appaghino.

È facile prevedere che quando la pandemia generata da Codiv19 avrà concluso la sua opera distruttiva il mondo non sarà più come quello di prima. Vacillerà la sicurezza di coloro che credono nell'onnipotenza della scienza (la quale per altro andrà sempre più sostenuta senza se e senza ma) e si chiederanno quanto vivida sia la loro fede in Dio coloro che si professano credenti.

Il problema delle reali competenze e soprattuto quello dell'etica torneranno in auge. Si comincerà probabilmente a mettere in discussione il successo di un manager che, portando l'utile della sua azienda a 4,7 miliardi di euro, taglia contemporaneamente 6.500 posti di lavoro. Si tornerà a riaffermare il principio che il profitto sia irrinunciabile e indiscutibile per un'azienda, ma non potrà essere massimizzato a scapito dell'uomo.

La salute tornerà ad avere il primato sull'interesse economico. La lezione del virus venuto dalla Cina insegna già oggi che può essere estremamente controproducente aprire stabilimenti solo ed esclusivamente in Paesi che garantiscono bassi costi della mano d'opera perché se in quei territori qualcosa s'inceppa o, peggio, si blocca, nella migliore delle ipotesi s'interrompe l'intera filiera della produzione, in quella peggiore è l'azienda che crolla.

La pandemia di Codiv19 ci richiama alle cause della pestilenza del 1630, cause che Manzoni identifica nell'egoismo, nell'inefficienza dei governanti e nella stupidità dei governati. Sono passati quattro secoli, ma dall'esperienza dei nostri antenati abbiamo imparato ancora poco.

Loro, però, avevano un rapporto con il Trascendente perché erano molto consapevoli della propria finitudine.

Dobbiamo ridare a Dio il posto che merita e convincerci che scienza e fede sono compatibili.

 

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