Como, 27 gennaio 2019   |  

Quei Carabinieri annoverati tra i Giusti

di Donatella Salambat

La scelta di aiutare tanti ebrei in fuga dalla ferocia nazista è costata all'Arma un alto tributo di sangue: 2.700 morti e 6.000 internati nei lager.

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“Shoah”, una parola che fa correre la nostra mente ai campi di sterminio dove milioni di ebrei patirono indicibili sofferenze o trovarono la morte. Nel 1953, a Gerusalemme, fu creato il memoriale di Yad Vashem, sul monte Rimembranza, dove ad ogni Giusto è dedicato un albero, secondo l'insegnamento del profeta Isaia.

Un posto d'onore è riservato all'Arma dei Carabinieri per quattro suoi militari: Giacomo Avenia, Osman Carugno, Carlo Ravera ed Enrico Sibona. Dal 1943 si trovavano tutti in servizio nelle province dell'Italia del Nord occupate dai nazisti e, nelle condizioni più difficili, riuscirono a dare il loro contributo per salvare diverse famiglie di ebrei.

L'Archivio storico dei Carabinieri (www.carabinieri.it) conserva notizie dell'azione rischiosa svolta da questi quattri Giusti.

Enrico Sibona, della stazione di Maccagno, in provincia di Varese, dal 1939 al 1946, prima protesse diversi ebrei impedendone la deportazione e successivamente si prodigò per la loro fuga in Svizzera. Tradito da un delatore, fu internato in un campo di concentramento tedesco dal quale non tornò. Il maresciallo Osman Carugno, comandante della Stazione dei Carabinieri di Bellaria (Rimini), durante la guerra affiancò un albergatore, Ezio Giorgetti, per salvare trenta ebrei. Il maresciallo dei carabinieri di Alba (Cuneo) Carlo Ravera, che (insieme alla moglie Maria) svolse un ruolo fondamentale per salvare dodici famiglie di ebrei profughi dalla Jugoslavia. Il maresciallo Giacomo Avenia, a Calestano (Parma) prese parte al salvataggio della famiglia Mattei, ebrei profughi da Fiume. A tenere nascosti i tre componenti della famiglia furono il podestà, Ugo Gennaio, la famiglia Barbieri e un sacerdote, don Ernesto Ollari.

Oltre ai quattro Carabinieri iscritti nel Memoriale di Yad Vashem, altri militari dell'Arma contribuirono a salvare la vita di molti ebrei. In Valtellina, ricordiamo, i Carabinieri Pilat e Alessi, che si prodigarono per salvare tanti esseri umani dai campi di sterminio. I due Carabinieri con l'aiuto del finanziere Marinelli e del parroco di Aprica, don Carozzi, aiutarono trecento ebrei a fuggire in Svizzera. Costoro provenivano da Zagabria ed erano fuggiti dall'occupazione nazista nell'ex-Jugoslavia e dalla ferocia degli Ustascia. Internati all'Aprica in Valtellina (in Italia erano state promulgate le leggi razziali), con l'aiuto congiunto di Carabinieri, Guardia di Finanza e dei parroci del territorio valtellinese riuscirono a raggiungere la vicina Svizzera.

Tra il 1943 e il 1945, l'Arma dei Carabinieri ebbe un ruolo fondamentale nella catena di solidarietà che permise di nascondere e far scappare molti ebrei destinati alla deportazione. Per questa loro attività circa sei mila Carabinieri furono deportati nei lager nazisti e cira 2700 perirono dopo l'8 Settembre 1943 (Fonte Moked portale ebraismo italiano). Molti militari, spontaneamente, costruirono con metodo una rete che si estendeva su tutto il territorio nazionale.

A Milano fu attiva la cosiddetta “Banda Gerolamo” che, oltre che in città, operò nelle province di Varese e di Como. Il gruppo prese il nome di battaglia “Carabinieri Patrioti Gerolamo” su iniziativa del maggiore Ettore Giovannini, che costituì una rete clandestina della Resistenza, alla quale aderirono 700 militari con i loro ufficiali. I militari che aderirono a questa organizzazione clandestina furono dei veri e proprio Carabinieri “ribelli” che non accettarono di sottomettersi alla Repubblica di Salò e iniziarono una guerriglia contro i nazifascisti fornendo un valido contributo alle forze alleate sia dal punto di vista operativo, sia di vite umane salvate.

I ribelli della Benemerita non accettarono alcun appoggio politico e l'unica collaborazione accolta fu quella offerta dagli Alpini. I Carabinieri, tra le proprie fila, avevano uomini ben addestrati, disciplinati capaci di contrastare in maniera efficace le forze tedesche, le quali trovavano difficoltoso identificare i militari che operavano clandestinamente.

Inoltre, dal punto di vista operativo, proprio per la loro capacità e organizzazione i Carabinieri erano molto più efficaci nelle azioni di disturbo nei confronti delle forze tedesche rispetto ai partigiani che spesso si muovevano con difficoltà e senza un piano ben congegnato sul territorio italiano.

I Carabinieri ribelli tra Maggio e Ottobre 1944 misero a segno azioni di assalto lungo le principali arterie di Milano, Como e Varese. Numerose furono le azioni di sabotaggio compiute contro i mezzi che trasportavano armi e le linee di comunicazione. La rete era collegata al Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia ed alla formazione partigiana Carabineiri di Bergamo comandata dal maggiore Gioavanni Rusconi.

Ciò che premeva ai “ribelli della Benemerita” era di rimanere nelle stazioni o nei comandi dell'Arma, ormai sotto il controllo della milizia Fasicsta (Guardia Nazionale Repubblicana), per raccogliere informazioni dettagliate legate ad operazioni di polizia politica e militare.

Nella Resistenza e nella guerra di Liberazione l'Arma mostrò il suo spirito di abnegazione e dedizione al dovere pagando un alto tributo di sangue.

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