Como , 15 giugno 2018   |  

Sanità: i vantaggi di un'unica azienda socio sanitaria

di Gianfranco Cucchi

È ancora funzionale la divisione di competenze tra Aziende socio sanitarie territoriali (che gestiscono anche gli ospedali) e Agenzie della tutela della salute (che si occupano della programmazione dei controlli e della prevenzione)?

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La riforma della sanità regionale con la formazione delle ASST (Aziende socio sanitarie territoriali, che gestiscono anche gli ospedali) e delle ATS (Agenzia della Tutela della Salute, che si occupano della programmazione dei controlli e della prevenzione) prevedeva una verifica a fine 2018.

Ventinove sindaci su 27 dell’Alto Lario e del Porlezzese e Valsolda hanno chiesto alla Regione di rientrare nell’ASST lariana e nell’ATS Insubria staccandosi dall’ASST della Valtellina e Alto Lario e dell’ATS della montagna con sede a Sondrio. Già nella fase di definizione degli ambiti le forze politiche e sociali, compresi i medici della zona, avevano espresso la loro protesta per la fusione con Sondrio.

La preoccupazione maggiore è il destino dell’Ospedale di Menaggio che in passato aveva ottenuto le dotazioni professionali e strumentali per soddisfare i bisogni sanitari della popolazione, senza soffrire della concorrenza a pochi kilometri del policlinico di Gravedona privato-convenzionato. Subito l’assessore regionale alla Sanitò, Gallera, ha espresso il parere favorevole alla richiesta dei sindaci come informalmente anche l’assessore alla Montagna, il valtellinese, Massimo Sertori.

Nel 2015 anche la Conferenza dei sindaci della provincia di Sondrio aveva espresso la sua contrarietà alla fusione. senza essere ascoltata. Ma le vere motivazioni dei sindaci dell’Alto Lario è che il processo di razionamento delle risorse colpisca l’Ospedale di Menaggio come già è successo per Morbegno e Chiavenna. Il processo di revisione della riforma della sanità lombarda propone due riflessioni.

Una più di carattere generale. La divisione di competenze tra ASST e ATS è ancora funzionale? Concretamente ha ancora senso d'esistere? Se osserviamo le regioni a noi confinanti la risposta è negativa.

Sarebbe sufficiente un’unica azienda socio sanitaria che gestisca tutti i servizi socio sanitari demandando le funzioni di controllo agli organi centrali della Regione, o meglio ad un agenzia neutrale.

In questo modo si raggiungerebbero due obiettivi, in parte già alla base della riforma: di migliorare l’integrazione delle attività socio sanitarie con quelle ospedaliere e di produrre dei risparmi economici che potrebbero essere destinati all’assunzione di medici e di infermieri.

La seconda osservazione concerne il destino della sanità della provincia di Sondrio. Che cosa cambierà ritornando nei suoi confini? Credo nulla, se non ci sarà un’inversione di tendenza per affrontare le nuove sfide di una popolazione sempre più anziana in un territorio a bassa densità abitativa al quale non si possono applicare i parametri metropolitani.

È opportuno interrogarsi sui tassi di fuga dai nostri ospedali conoscendone i dati suddivisi per specializzazione. Valutare se è opportuno avere due neurochirurgie e due emodinamiche (pubbliche e private convenzionate) su un territorio di 230 mila abitanti ben sapendo che alcuni interventi sarebbe meglio eseguirli nei centri ad alti volumi di attività. Come è auspicabile un ripensamento sul servizio di emergenza ed urgenza restituendo la gestione all’azienda provinciale con il ritorno della centrale operativa a Sondrio. Insomma, occorre credere nel valore aggiunto della montagna per la terapia e la riabilitazione di alcune malattie croniche.

È auspicabile un cambio di passo, una nuova cultura per lo sviluppo della sanità provinciale, anche nelle forze politiche locali, iniziando dal futuro sindaco del capoluogo che potrebbe avere un ruolo determinante.

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